Jesus and the Gurus: King ov Salò

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Ver Sacrum Se la Svizzera sovente viene fatta oggetto di celie sui suoi abitanti e sulle loro consuetudini, è pur vero che, al contrario, la pacifica Confederazione da anni è Patria di una folta schiera di gruppi dediti al più eclettico e vario putridume musicale, e non ne citerò nemmeno uno altrimenti questa mia si dilungherebbe in una estenuante fila di nomi. Jesus and the Gurus sono catalogabili sotto la voce più estremi, e sono certo che lasceranno, nel bene o nel male a seconda di gusti ed inclinazioni, una traccia sanguinolenta dietro questo “King ov Salò”. Il quale dal punto di vista del contenuto prettamente soniko si configura come un lavoro pesante, martellante, cupissimo, fatto di brani lenti e solenni come marziali marce funebri, come canti di requie alla così detta civiltà occidentale. Per quanto riguarda l’assunto lirico sorgeranno fazioni contrapposte fra chi classificherà questa manciata di inni malati come pura provocazione, chi invece si ostinerà a condannarli magari a priori, soffermandosi solo sull’esteriorità, sull’estetica visionaria di questa proposta. La Morte aleggiante su “Deep inside” e su “The end is near” (e più avanti nella track-list sulla industrial “Leiche Otto”) lascia posto ad una “The song is the weapon” ove un cantato mutuato dall’apocalyptic-folk viene straziato dal nervoso strumentismo, ed ove paura, dolore ed una bella dose di sfrontatezza sono irrinunziabili ingredienti di queste astruse canzoni. “March to Hell” omaggia Douglas P., “Hail Satan” poggia su di un riffing chitarristico heavy (non metal, attenzione) e su una interpretazione vocale fredda e distaccata, sorprende “Storm of steel”, mi ricorda alla lontana “Lord of Ages”, al principio la voce di qualche lontano muezzin chiama alla preghiera (od alla battaglia?) i seguaci, prima di perdersi nell’immensità del deserto, poi la song ripiega sui canoni classici di “King ov Salò”, e la pugna ha inizio. “Praise the Lord” si dipana fra una orchestrazione asciutta ed un recitato altezzoso, al limite dello sfrontato, e l’atmosfera non muta nemmeno nelle successive tracce, facendo di questo dischetto un’opera monolitica, squadrata, o forse sarebbe meglio dire inquadrata, soggetta ad una disciplina formale impeccabile e durissima. In “Holy Town” giuocano a fare i Rammstein, il piano della durissima “Sometimes” non riesce a scalfire le lame d’acciaio che sostengono il pezzo, la chitarra acustica di “Dust to dust” l’abbiamo già sentita centinaia di volte, ma ancora ci emoziona. Ed ora, i nomi di questi tre biechi figuri… Son ov David (vox agitation, faith and propaganda), Gabriell M. M. (sampler, electronics, sue pure copertina e grafica) ed infine Tom Alien (guitar, bass). Il loro scopo è esplicitamente dichiarato nel booklet: combattere la stupidità, le religioni, i totalitarismi, l’umanità, non celando affatto le loro simpatie per la dottrina crowleyana. A questo punto tocca a voi, amici lettori…

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