Jessica's Crime: Gone to Texas

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Ver Sacrum Questo duo di cow-boys rispondente ai nomi di J. Aaron Bishop e di Michael P. tratta la materia gothika con grande coraggio, assemblando un dischetto per nulla banale che, se certamente non si accattiverà i favori dei puristi, d’altro canto va segnalato per le inusuali soluzioni che contraddistingono la maggior parte delle singole canzoni presenti. Se “Gone to Texas” (la song posta in apertura) e “Red River blues” sono tutto sommato abbastanza normali, lo stesso non si può dire di quelle che seguono, come la vagamente jazzy “Gateway shuffle” dall’andamento appunto vagamente shuffolato (eh!, questa si che mi è uscita bene, ma che vuol dire? Prendetela come strisciata/ante…) od il country-goth di “Priest” (che sia il prossimo genere di moda?), sempre rimanendo in territori fieramente obscuri di vaga derivazione nephiliana (ma qui non c’è traccia di spolverini e stivalazzi…). “Maria” profuma di praterie assolate, l’effetto creato dalla chitarra di Michael è davvero particolare, trattandosi di una slide suonata con bravura onde addivenire ad un sound sporco e molto vintage. Bello poi il cantato di J. Aaron, vocalist da apprezzare in virtù di un tono caldo ed avvolgente. Ottima la rilettura personale di “The house of the rising sun” (titolata opportunamente “Interlude – at the…”), segno che i nostri sono davvero degli esecutori preparati. La song si carica di spettacolare pathos epico, non ho potuto resistere alla tentazione di schiacciare il tasto repeat, vi si respira aria di dramma incombente, che brividoni! Si chiude così la prima sezione di “Gone to Texas”, indicata come “strophe”. La seconda bizzarramente viene riportata come “antistrophe” (ma come, hanno pure rovesciato le parti, bah!, ve l’avevo detto che sono matti!), ed è la darkeggiante “Texas skies” a distendersi come un mantra nel deserto assolato, scivolando tra le dune e le rocce calcinate dall’astro crudelissimo. Aromi new-wave la striano, le chitarre rimandano alla storia minore (leggasi Snake Corps…), il percussionismo è asciutto ed essenziale, ma che gran brano è questo! “Requiem for a killer”, vale il titolo, è lenta e cogitabonda, salvo ergersi nei minuti finali, accentuando la fiera compostezza che la sostiene. Pare che un fazzoletto finemente orlato di pizzi s’agiti furivo nell’aria incandescente, al passaggio della disadorna bara che contiene i resti dello spietato pistolero ed una fugace lagrima bagni la pelle delicata d’un volto perfetto semicelato dallo scialle… La successiva “Novena” si mantiene sulle medesime coordinate, facendo di chitarre “a la Projekt” e di un cantato debitore del Curtis più sofferto (!) il proprio verbo espressivo. Va detto inoltre che i due riescono pure a piazzare una bella suite di quindici minuti totali, suddivisi in due brani (“Westworld I-II” e “Westworld III”, quest’ultima strumentale a dir il vero un pochino fiacca). Non badano al look od a particolari orpelli grafici, J. Aaron Bishop e Michael P., “Gone to Texas” è un disco di sostanza. E ce n’è davvero tanta, troppa grazia, di questi grami tempi! (P.S.: ma di che crimine si sarà mai macchiata, ‘sta Jessica?).

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