Areknamés: Love hate round trip

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Ver Sacrum Gli Areknamés si collocano in quella zona d’ombra del variegato suk ch’è il mercato discografico, ove ossianiche trame dark convergono con le partiture raffinate e colte del rock progressivo, un territorio vasto ed in buona parte inesplorato proprio perchè ritenuto poco appetibile dalle onnivore e potenti label dalle dimensioni smisurate che pretendono di spacciare qualsisia paccottiglia da esse prodotta come frutto di raffinate menti, ossia come arte. V’è qualche coraggioso, come la genoana Black Widow, che non si piega e mai lo farà alla altrui tracotanza, e senza curarsi del ritorno monetario, altrimenti impellente per una major, mette la propria tenacia e la propria competenza al servizio di questi audaci esploratori di mondi obscuri ed incantati. Ecco sorgere dalle brume di una sempiterna stagione di mezzo (quelle che non esistono più…) il quartetto guidato dal valente Michele Epifani, che di Areknamés è cantante nonchè tastierista, che giunge con “Love hate round trip” al suo secondo vagito discografico, facendo seguito il presente dischetto argentato all’omonimo esordio. Musica dark nel senso più genuino del termine, non venendo annacquata minimamente da quanto di tanto in tanto (i cicli ovvero i corsi e ricorsi storici…) torna tanto di moda. Con fare discosto, e senza pretendere luci fatue di vuoti prosceni, i nostri confezionano un disco memorabile (concepito nella sua struttura proprio come un vecchio doppio LP, di quelli che nei settanta fecero la gioia dei nostri affamati, di buona musica, genitori/fratelli maggiori/zii etc. etc.) per intelligenza e per aderenza a canoni estetici raffinati e di grande spessore creativo. E’ come se imprescindibili acts dei ’70 quali Comus, Necromandus, Saturnalia, Black Widow, oppure gli irrinunziabili, per ispirazione e per la lezione che seppero impartire a schiere di fedelissimi proseliti, Van Der Graaf Generator di Peter Hammill (la malata “Snails” e la sepolcrale “Ignis fatuus”) rinascessero come la mitica Fenice sotto rinnovellate spoglie, fortificati da quanto inoltre espresso negli anni da umbratili discepoli quali Confessor, Penance e Cathedral (sono certo che Lee Dorrian amerà queste dodici canzoni!), per generare una serie di tracks ove il plumbeo incedere del pezzo viene spezzato da inserti tastieristici di rara fattura e da una varietà esecutiva che oggidì pur troppo trova pochi pari, come nella mesta e misurata “Yet I must be something” o nella dolentissima ed immaginifica “Someone lies here”. E, Signori miei, Amici lettori, stiamo parlando di un insieme che, ai fini puramente statistici, di vendita intendo, apparirebbe come trascurabile. Ignominia! “The skeletal landscape of the world” o “La chambre” (ispirata dall’omonima opera pittorica di Balthus) vanno ascoltate con attenzione, sezionate colla cura di un biologo e fatte proprie, perchè il loro DNA riporta integri i segni del genio! Non lasciate che la polve ricopra “Love hate round trip”, vi rendereste complici di un crimine (artistico) efferato!

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