Deutsch Nepal: Erotikon

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Ver Sacrum In casi come questi, mi viene naturale chiedermi se sono io a non capire. Dato che, per quanto su Deutsch Nepal sia un eufemismo affermare che ci siano dei pareri discordanti, su chi afferma che mister Lina Baby Doll sia un genio e chi uno che ha fatto di meglio altrove (e riportare qui la lista delle sue collaborazioni, karmanike o no, sarebbe superfluo), ogni suo lavoro o esibizione live ha su di me prioritariamente un effetto: lo sconcerto. Detto questo, “Erotikon” si presenta bene, dall’artwork, dalla confezione e dall’iniziale “U.R. Blackhouse”, con la sua ritmica minimal-militaresca e quelle vocals tra il solenne, il folle e il decadente che sono quasi un trademark del progetto, e dalla successiva “Heartbomb”, che scorre su linee maggiormente ampie, liquide, crepuscolari; ma già alla terza traccia l’entusiasmo di spegne, e ahimé lascia spazio a qualcosa che ritengo deleterio: la noia. Più che altro, il cercare di capire se il nostro c’è o ci fa, se determinate incoerenze e monotonie siano o meno volute, se la loro decontestualizzazione in mezzo a brani che hanno un loro perché, spesso in maniera parziale, abbia o meno una sua coerenza, un significato che, per quanto mi sforzi di comprendere, mi sfugge. E in questo modo, l’orchestrazione impazzita e malata di “Rapist park junktion” si scontra con il percussivo piattume di “At the court of Saba”, il melting mal riuscito disco 90-industrial-e-compagni-di sventura della title track, il niente emotivo di “Blowjob parasite” – la quale comunque merita una lode solo per il titolo, insieme a “Menage a troi…cent”, di impostazione ambient basic ma efficace, che riterrei apprezzabile se l’autore fosse un debuttante… Se davvero, come detto prima, qualcosa nel significato di tutto ciò non riesco a coglierlo, fatemelo sapere, ve ne prego. Garantisco una certa dose di elasticità mentale, a quanto constato però insufficiente a poter conferire un senso al 60% di questo album. Spiazzante.

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