Monica Richards: InfraWarrior

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Ver Sacrum Mi è arrivata come una sorpresa inaspettata questo esordio da solista di Monica Richards, ben nota per il suo lavoro insieme al marito William Faith nei Faith & the Muse, uno dei gruppi più significativi della scena “oscura” degli ultimi quindici anni. Il CD in Europa è già uscito da un po’ ma solo ora riusciamo a dargli degno spazio. Non so quali motivazioni abbiano fatto nascere questa opera, in cui comunque la produzione è affidata a William Faith, che suona anche basso, chitarra e percussioni in buona parte dei pezzi dell’album (riconoscibilissima la sua chitarra su “Into my own” e “We are the one”). Ad ogni modo, senza perdere tempo in supposizioni e illazioni, cerchiamo di parlare di questo InfraWarrior, che qui in redazione ha suscitato sentimenti alterni: alcuni sono rimasti un po’ delusi, altri hanno apprezzato questa svolta “quasi new age” dell’artista americana. Io appartengo alla seconda categoria. Senza essere un capolavoro questo album è comunque molto gradevole e rappresenta un’originale differenziazione rispetto alla musica dei Faith & the Muse. Poc’anzi si è usato il termine “new age” per parlare di InfraWarrior e non è certo un caso: pur essendo ben lontano da quelle pallosissime e pretenziosissime produzioni musicali che affollano le erboristerie (giusto a fianco al bancone dei cristalli) è indubbio che l’ispirazione principale del lavoro sia da ricercarsi in un sentimento che potremmo definire “neopagano”, una celebrazione dello spirito della natura. Questo è evidente sia nei titoli dei brani (“Gaia”, “The antler king”, “Sedna”), che ovviamente nei testi (“I am warrior” è un’invocazione alla Grande Madre) ma anche nella musica, pregna com’è di ritmiche rituali basate su percussioni. Non a caso il primo nome che mi è venuto in mente ascoltando questo lavoro è stato quello dei Mother Destruction, una band con cui InfraWarrior ha quindi, in base a quanto detto, più di un legame. Musicalmente l’album è anche piuttosto eclettico e compaiono canzoni assai diverse tra loro. Molti sono i brani in stile “rituale”, come “I am warrior”, “The antler king” o “Sedna”, una lunga composizione costruita su una suggestiva e oscura melodia di archi. Gli amanti del goth sicuramente apprezzeranno “In answer”, “We are the one” e “Into my own”: quest’ultimo è un pezzo che comincia in modo lento e atmosferico, pieno di inserti di archi, per poi esplodere in chiave death rock in un turbinio di chitarre distorte. Analoga costruzione, con un inizio calmo e una coda più rock, è presente nella conclusiva “A good thing”, un brano molto carino in cui Monica Richards immagina un dialogo con una versione di se stessa bambina. Melodie mediorientali echeggiano poi in “Death is the Ultimate Woman”, mentre addirittura in “The hunt” Monica Richards si addentra nei territori del dark-ambient: il brano infatti è una collaborazione con niente meno che Lustmord, uno dei progetti più famosi di questo genere musicale. D’altra parte InfraWarrior è affollato di collaboratori illustri: oltre ai nomi già citati compaiono anche Matt Howden (Sieben/Sol Invictus) che presta il sul magico violino nel brano “Fell To Regret”, e Jarboe, la cantante dei mitici Swans, che è presente con un cameo in “Sedna”. L’unico passo falso è “Like Animals”, un pezzo solo vocale che se non brutto quanto meno sa di poco. Monica Richards ha scritto tutte le musiche e i testi di InfraWarrior oltre a curare il bel booklet allegato al CD: anche se non ne aveva proprio bisogno con questo suo lavoro da solista ha dimostrato al mondo la sua classe e tutto il suo talento. Brava!

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