Charlett Schwarz: Behind a face

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Ver Sacrum Una ricetta semplice semplice è quanto propongono i tedeschi Charlett Schwarz. Innovazione, cos’è? E’ poi proprio necessario apparir ad ogni costo sperimentali/sperimentatori? Ve lo ha prescritto il medico? E’ ormai noto a chi mi legge che musicalmente parlando mi schiero decisamente in ambiti ultra-conservatori, ma pochi ingredienti ben amalgamati ed una attenta lettura di quanto proposto da acts ben più celebri a volte è sufficiente. Questo (estenuante…) preambolo per stabilire fin da principio che “Behind a face” è un buon disco, caratterizzato da songs essenziali, ove emergono chiare le fonti ispirative alle quali Veyna Muhr e compagni si sono abbeverati, prima di iniziare la stesura delle dodici canzoni che lo compongono. E non mancano episodi sufficientemente personali, come “Perfekt”, dal ciondolante incedere da piano bar frequentato da eccentriche anime notturne (e nottambule). L’apporto di Alex (chitarre e voce maschile sulla vagamente apo-folk oriented “Sweet voices”) e di Marc (piano-tastiere-basso) è essenziale, un deciso tocco di classe lo conferisce il violino di Lestaria (“Call my name”), il resto lo fanno, come deve essere, le stesse tracce che via via si susseguono, con citazioni di Christian Death era-Valor (“Maenner haben Angst”) appena accennate, e quella marcata sensazione che similari operine made in Germany lasciano, come le incrostazioni di salsedine che ricoprono gli scogli appuntiti abbandonati dall’acqua ed ora preda dei cocenti strali. Un disco perfettino, a tratti freddo, che non rivoluzionerà certo lo statico panorama offerto dalla scena che li ha partoriti, ma che si lascia ascoltare con piacere.

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