Klaxons: Myths of the near future

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Ver Sacrum Ormai è con un po’ di circospezione che mi accosto alle cosiddette “new sensations” della scena alternativa inglese, un po’ perché negli ultimi due/tre anni ne sono uscite così tante da farmi perdere il conto, e poi perché è risaputo che sia la stampa musicale che i discografici britannici ci mettono un nanosecondo per creare dal nulla dei nuovi e incredibili fenomeni, ma che molti di essi si bruciano nel giro di pochi mesi e spesso dimostrano di non valere granché. Per tutti questi motivi non sapevo bene che pensare quando ho sentito parlare per la prima volta dei Klaxons, terzetto di Brighton (formato da Jamie Reynolds, Simon Taylor e James Righton) che è recentemente balzato agli onori delle cronache grazie ad una manciata di singoli comprendenti anche la canzone “Magick”, ispirata all’occultismo di scuola crowleyana. Devo però ammettere che il loro debut non è affatto male e che il termine “nu rave”, coniato dal bassista Jamie per descrivere la musica proposta dal gruppo, può risultare abbastanza azzeccato, specie considerando il fatto che questi pezzi non sono così tanto legati al trendissimo filone brand new wave, ma sembrano piuttosto ispirarsi al sound della Summer Of Love di fine anni ottanta e a gente come Happy Mondays e Stone Roses. C’è quindi un filo conduttore che lega un po’ tutti i brani tra loro, ma in realtà essi non sono particolarmente simili l’uno all’altro né dal punto di vista strutturale né da quello contenutistico, basti pensare al melodico e sognante “Golden skans” (per il quale è stato girato un assurdo video che è finito pure su Blob!), allo stranissimo “Isle of her” (caratterizzato da una ritmica pseudo-tribale abbinata a sonorità synth-pop), all’ottimo “Forgotten works” (sul quale aleggia il fantasma di Ian Brown e compagni…) oppure allo scanzonato “Gravity’s rainbow” o allo straniante “Four horsemen of 2012”. Insomma, direi che i Klaxons (a proposito, la parola deriva dal greco e significa “urla”…), hanno realizzato un disco per nulla scontato e per certi versi abbastanza “difficile”, che necessita di parecchi ascolti per essere apprezzato appieno, ma che sicuramente mi ha colpito in maniera positiva e mi ha fatto concludere che ogni tanto anche la stampa inglese, quando si esalta per qualcosa, riesce ad azzeccarci…

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