Gae Bolg: Requiem

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Ver Sacrum Non posso negare che, pur avendo incontrato a più riprese il nome di Gae Bolg sia su riviste (più o meno patinate) sia su compilation, è la prima volta che decido di approcciare un’opera intera del musicista francese; non è la prima volta che mi capita una cosa del genere, indubbiamente, ma la particolarità sta nel fatto che i brani ascoltati qua e là mi erano piaciuti molto e, ciononostante, non mi sono sentito spinto ad approfondire la conoscenza di questo musicista. Mi duole ammettere che, probabilmente, si è trattato di una forma di snobismo dovuto alle affermazioni lette relativamente alla strampalata Church of Fand, che forse mi avevano spinto a considerare Gae Bolg più impegnato a diffondere la propria immagine piuttosto che la propria musica; non so dire se ero io a sbagliarmi o se si sia trattato di una tecnica di “marketing” atta a far emergere il proprio nome all’interno di una scena alquanto affollato: di certo posso dire che è stato un peccato, almeno a quanto posso dire dopo l’ascolto di questo Requiem, opera ricca di fascino e che dimostra che il nostro ha capacità e talento in abbondanza ed è in grado di affrontare la musica con approccio molto serio e risultati notevoli, al punto che risulta ormai del tutto inutile ricordare le sue passate collaborazioni con gruppi importanti, visto che ormai vive di vita (e musica) propria. Come si può immaginare dal titolo, si tratta di un album dal respiro ampio, caratterizzato da sonorità a metà strada tra quelle della musica antica e quelle barocche ma riviste e reinterpretate con attitudine assolutamente moderna e personale, in cui risaltano le parti corali (che credo siano il risultato della sovrapposizione di più tracce), dell’organo da chiesa, o ancora l’accostamento di strumenti come il clavicembalo, il pianoforte e un set di campane. A tratti (ad esempio in “Totentanz”) si fa uso di strutture semplici e ripetute, un po’ sullo stile del minimalismo, che mi hanno riportato alla mente un progetto del quale, purtroppo, non sento più parlare da molto tempo: gli Elijah’s Mantle, la cui musica, splendida, sfortunatamente non ha avuto grandi seguaci (almeno fino ad oggi), forse anche a causa della sua complessità. Date queste premesse, ritengo sia inutile dare un giudizio finale (mi pare chiaro che il disco mi è piaciuto molto) e privo di senso indicare uno o più brani all’interno di un album che va ascoltato con continuità dall’inizio alla fine. E, chissà, forse in vecchiaia anche a me capiterà di convertirmi alla Chiesa di Fand…

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