Re/Move

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Dopo aver onorato la consueta trafila con una breve serie di demo, il quartetto dei Re/Move (Jesús Alvarez voce, Manu Pérez chitarre e sequencers, Carlos Arroyo tastiere e Manuel Martinez batteria) giunge al suo esordio ufficiale con Uppercut, patrocinato dalla meritoria label Decadance Records. Un bel disco di agile EBM capace di scuotere anche il più apatico degli ascoltatori, undici tracce (più intro) ove anche la melodia giuoca un ruolo fondamentale. Incuriosito pure dalla loro provenienza, il vecchio Hadrianus non ha potuto proprio esimersi dal sottoporli ad alcune urgenti questioni.

Re/Move

Re/Move © Decadance Records

Cari amici, in principio eravate in tre (sembra l’inizio di una fiaba!)… Cosa vi ha spinti, nella vostra Tenerife, a mettere insieme un gruppo, e sopra tutto, a proporre musica EBM?

Manu Pérez e Jesús Álvarez si sono conosciuti grazie ad amici comuni all’interno del giro “electro-gothic” presente sull’ isola di Tenerife e dopo breve tempo decisero di formare un progetto musicale. Ancora prima di aver composto un solo brano Jesús aveva già trovato un’altra persona interessata a far parte della band: Carlos Arroyo. L’ idea iniziale era quella di creare musica orientata verso l’electro-pop e il synth-pop, ma ben presto realizzammo che dovevamo creare qualcosa di più duro, più adatto alle performance “live”, dal momento che eravamo determinati a suonare dal vivo per far ballare e far divertire la gente. Tutto ciò ci portò a concentrarci su una forma moderna di EBM che potesse attirare anche un’audience normalmente non interessata a questo tipo di musica.

Cosa ascoltavate, quali erano le vostre preferenze, prima di iniziare a suonare attivamente coi Re/Move?

Ci sono gusti ed influenze molto diverse tra i membri dei Re/Move: Manu Pérez e Jesús Álvarez sono cresciuti ascoltando EBM e synth-pop mentre Manuel era (ed è) un fan di metal ed industrial. Carlos ha sempre preferito il synth-pop e l’elettro-pop tedesco-inglese, mentre Manuel Martinez è sempre stato un fan del rock, sebbene sia aperto a tanti altri generi.

Poi vennero le drums di Manuel Martinez, e con questa stabile formazione avete inciso un secondo demo (Re/Move 2005, successore di Corrupted Files del 2003) e finalmente il presente disco.

La verità è che dopo aver registrato Corrupted Files (un disco a nostro avviso molto melodico e di facile ascolto) decidemmo di sviluppare il nostro sound verso qualcosa di più ritmico e “duro”, qualcosa che potesse avere una buona resa anche in ambito “live” (come abbiamo già detto, l’aspetto “live” è molto importante per noi, la nostra vera passione). Infatti, canzoni come “We Are The Messiahs” (“We are the Message” in Re/Move 2005) sono un chiaro esempio del cambiamento che stavamo cercando. L’idea alla base di Uppercut era quella di seguire il sentiero iniziato con 2005 ma adattandolo al sound più moderno dei dancefloor alternativi europei, con linee di basso pulsanti, battiti molto danzabili e (in alcune canzoni) forti chitarre. Abbiamo letto varie recensioni (alcune di queste su riviste tedesche) che ritengono che Uppercut suoni molto “tedesco”… E’ possibile che suoni così, sebbene possiamo giurarvi che non abbiamo parenti in Germania!

Come giudicate la scena alternativa (non solo in ambito electro) del vostro paese? Conoscete altri gruppi, sia vostri connazionali o, come i cileni Vigilante, di lingua spagnola?

Riguardo al pubblico, la scena “dark” spagnola è piuttosto piccola e solo nelle città di Madrid e Barcellona è possibile assistere a concerti di grossi gruppi: così è estremamente difficile per band straniere che abbiano realizzato il loro primo disco suonare nel nostro Paese. Per esempio, gruppi molto famosi come And One, VNV Nation o Apoptygma Berzerk hanno un buon pubblico, ma raramente fanno il “sold out” in club dalla capienza attorno ai 400-500 posti.

Comunque, nel nostro Paese c’è una scena “indie” molto importante, capace di richiamare 20.000 o 30.000 persone per un festival. A Tenerife noi abbiamo suonato davanti a 5.000 persone nel sud dell’isola. Numeri del genere sono impensabili per la “scena dark” anche in Germania (se escludiamo i festivals estivi). Ecco perchè in Spagna cerchiamo di suonare sia in festival di elettronica che di rock alternativo, nei quali siamo fortunatamente sempre stati accolti in maniera calorosa: speriamo che le cose continuino così perchè è vitale per noi esibirci dal vivo.

Come siete entrati in contatto con la Decadence Records dell’attivissimo Alessio? Come si sta sviluppando il rapporto con la vostra label, che è sempre più apprezzata in virtù della qualità elevatissima e costante delle sue proposte?

Stavamo suonando in un pub sporco e fumoso, davanti a 7 o 8 persone più attente ai loro drinks che a noi, ed Alessio ci ha trovato… Scherzi a parte, la verità è che dopo aver registrato 2005

decidemmo di mandare dei demo a diverse label europee per sondare le nostre possibilità di registrare un album. I responsi generali non avrebbero potuto essere migliori: abbiamo ricevuto infatti diverse proposte, tanto dal nostro paese quanto da Germania ed Italia. Alla fine abbiamo optato per la Decadance perchè conoscevamo i dischi prodotti da loro e sentivamo di essere al cospetto di gente seria e professionale. Anche oggi siamo convinti di aver fatto la scelta giusta, poiché Alessio ha lavorato in maniera molto professionale con noi: ci consideriamo dei privilegiati a far parte di Decadance, considerando anche quante labels sono state costrette a chiudere recentemente. Nonostante la distanza, possiamo dire che il nostro rapporto con la Decadance non è solo professionale, ma anche di amicizia ed incoraggiamo chiunque a lavorare con loro.

Rivolgendovi ad un mercato internazionale, vi sono degli stati ove la vostra musica ha ottenuto dei particolari riscontri?

Per prima cosa dobbiamo dire che siamo stati sorpresi dal ricevere recensioni da così tanti paesi, alcuni anche molto lontani dalla Spagna e in cui non pensavamo che ci fosse una “scena” forte. E’ curioso perché abbiamo ricevuto recensioni molto buone specialmente da paesi dell’Europa dell’Est come Russia e Bielorussia, ma anche da Svezia e Norvegia. Inoltre, sin dall’inizio, abbiamo avuto un grosso supporto dalla gente del nostro paese ed infatti Uppercut ha avuto una calda accoglienza sulle webzines spagnole. Il disco ha inoltre avuto buone recensioni in Germania, USA, Portogallo e Italia (a proposito, grazie per la tua recensione!)

I suoni di Uppercut sono ora freddi e spaziali, ora più umani e rassicuranti. Carlos svolge un gran lavoro colle sue tastiere, ma pure Manuel e Manu forniscono un apporto fondamentale. E’ una sensazione di grande compattezza, che emerge dall’ascolto delle singole tracce, ma non viene certo trascurato l’elemento armonico. Brani ballabili (come “Hot skins”, provate a star fermi, se ci riuscite!), ma pure cantabili, ed in questo caso la voce di Jesús è decisiva. Un vero strumento aggiunto, come nella gelida e poco rassicurante “Are we here”, pezzo davvero minaccioso.

Ti ringraziamo molto per le tue opinioni positive! Hai perfettamente ragione riguardo a come il disco misceli ritmi duri e potenti con differenti tipi di melodie in ugual proporzione. Quando scriviamo le nostre canzoni pensiamo sempre a come suonerebbero dal vivo e quindi cerchiamo di rendere ogni cosa attraente non solo per il “classico fan di musica elettronica”, ma anche per gente che solitamente non ascolta questo genere. Riguardo alla voce di Jesús, abbiamo cercato di processarla al fine di adattarla al contesto musicale di ogni brano, rendendola, come tu stesso hai perfettamente descritto, un altro strumento. Dal nostro punto di vista le chitarre di Manu creano momenti tanto intensi quanto forti e ritmici, come nel finale di “A Whey” o nel riff di “I’m Over Again”. Le tastiere di Carlos e le percussioni di Manuel sanno creare sensazioni “ipnotiche” (“Hot Skins”) e momenti epici (“We Are The Message”) e la voce di Jesús in “Not in my name” trasmette molte diverse emozioni.

Fra i più tranquilli, la bella ed umbratile ballata “Understand” mette in luce un altro aspetto della vostra personalità artistica, quello più introspettivo e riflessivo.

Ci piace esplorare il lato più oscuro e introspettivo della nostra musica, come puoi notare in canzoni come “Understand”, il cui testo ha un significato molto personale per Jesús. Inoltre spesso suoniamo una versione quasi acustica di una canzone, non contenuta in Uppercut ma sul demo 2005, intitolata “I miss you”…. E’ sorprendente vedere come il pubblico veramente comprenda e condivida i sentimenti che cerchiamo di esprimere con queste canzoni (come la perdita di una persona amata) e quando un pezzo termina sembra quasi che la gente che applaude ci voglia mostrare tutto il suo sostegno.

Re/Move

Re/Move © Decadance Records

Fra i miei preferiti vi è “A whey”: l’inizio è maestoso, con quelle tastiere pomposissime, poi il pezzo si trasforma in una hit da dance-floor. E’ una vera e propria esplosione ritmica, un brano che farà senza altro ballare legioni di appassionati. E che bel solo di chitarra! Di chi è stata inoltre l’idea di inserire parti di violino (suonato da Juan Tamariz)?

Anche noi crediamo che “A whey” sia una delle tracce essenziali di Uppercut, nonostante abbia una struttura piuttosto diversa dalle altre. E’ come un vulcano: la temperatura sale poco a poco sino al punto di esplodere. Le chitarre di Manu sono effettivamente molto emozionali e suonano come se stessero urlando in cerca di aiuto; possiamo solo aggiungere che suonata dal vivo è ancora più scioccante, credeteci! Quanto all’idea di citare Juan Tamariz, dobbiamo dire che l’iniziale arrangiamento di tastiera è un omaggio alla sua abilità di creare emozioni dal nulla. Infatti Juan è un famoso illusionista del nostro paese che ci ha ispirati in diversi aspetti. Ecco perché l’abbiamo incluso nei crediti, nonostante il fatto che non ci sia alcun “vero” violino suonato in quella canzone. Semplicemente abbiamo trovato l’ispirazione per alcuni arrangiamenti osservando i suoi movimenti in tv (come suonare un “violino invisibile”). Credeteci, nonostante detto così tutto possa sembrare piuttosto incoerente, ogni ascoltatore (o lettore) spagnolo che conosca Juan Tamariz capirà ciò di cui stiamo parlando appena sentirà l’inizio della canzone.

Mi piacciono le voci di Lara Rodriguez ed Ana Acosta: arricchiscono le vostre canzoni di una piacevole vena melodica.

Laura Rodriguez è una vecchia amica dei Re/Move e per qualche tempo, ha anche preso parte alle nostre performance live. Attualmente sta lavorando ad un suo progetto solista e con altre bands. Ana Acosta invece la conoscevamo tramite comuni amicizie: nonostante non avesse mai avuto esperienze professionali in ambito musicale si è dimostrata piena di talento e ha mostrato grande sensibilità in un brano come “Understand”. Amiamo la combinazione delle voci femminili con quella di Jesús ed infatti, probabilmente, registreremo in futuro altre canzoni con queste e con altre artiste.

Il titolo Uppercut non mi pare casuale: alcuni pezzi, come “Not in my name”, davvero ti stendono, tanto sono irruenti.

C’è indubbiamente una connessione. Dal nostro punto di vista, “Not in my name” è come il cuore di un motore che si accende e rilascia tutta la rabbia e l’energia contenuta in un album come Uppercut. E’ una canzona veramente “dura e cruda”, con un chiaro messaggio: mai più guerre, non nel nostro nome! Lo stesso avviene con “Are we here” o “A sweet lie”, dove critichiamo la passività della nostra generazione e la sua apatia davanti a problemi reali e cruciali. Così abbiamo canzoni che indubbiamente colpiscono la coscienza dell’ascoltatore e quale miglior modo di inviare il messaggio se non attraverso dure linee di basso e pulsanti battiti di batteria?!?

In quali situazioni vi piace proporre la vostra musica? Vi rivolgete esclusivamente al popolo dei clubs, oppure i vostri orizzonti sono più ampi?

Noi diciamo sempre (e continueremo a farlo) che siamo una band a cui piace veramente suonare dal vivo e infatti tutte le canzoni raggiungono veramente un livello nuovo quando vengono proposte su un palco… E’ un’esperienza intensa! Ma sappiamo che brani come “I’m Over Again”, “We Are The Message” o “Not In My Name” funzionano molto bene nei dancefloor, visto che abbiamo ricevuto molte mail da DJ di diversi paesi europei che ci raccontano che questi pezzi vanno bene nei loro club! La verità è che Uppercut è un disco molto eterogeneo: non è troppo radicale (in termini di sound) e quindi può funzionare sia se ascoltato a casa o in un club o mentre si guida l’auto… Come nota curiosa, abbiamo ricevuto mail da gente che dice di aver sentito le nostre canzoni come colonna sonora di un documentario sulla natura… Non credi che sia grande? Ci piace sapere che la nostra musica sia associata ad una produzione che mostra tutti gli insani attacchi ai danni dell’ambiente (ad ogni modo noi non abbiamo visto questo documentario).

Jesús, tuoi sono i testi di Uppercut: cosa esprimi, attraverso le tue parole?

Devo ammettere che mi piace essere controverso: domandare, cercare di convincere altra gente, farli pensare in maniera più profonda rispetto a certe cose…. Tutto questo nonostante io sia molto timido. Molte volte i miei testi sono un modo di esprimere certe emozioni che non sono capace di trasmettere in altro modo. Alcuni sono una reazione a momenti difficili della mia vita, come la perdita di una persona amata ed altri sono focalizzati contro l’ipocrisia e la passività che, purtroppo, sono molto comuni in questi tempi. Forse inUppercut c’è tanta ironia quanto amarezza e pessimismo… Credo che tanta gente si senta come me.

Come state pubblicizzando il disco? Se ne occupa esclusivamente la vostra etichetta (ed in questo Alessio è un maestro) o pure voi siete coinvolti nel processo promozionale?

Siamo tutti coinvolti in questo, noi e l’etichetta. Ovviamente la Decadance Records ha molte più risorse di quante ne abbiamo noi ed è per questo che l’album ha raggiunto posti che sarebbero stati irraggiungibili con le nostre sole forze. Noi cerchiamo di affermarci in Spagna e soprattutto alle Canarie, ma l’attuale evoluzione dell’industria musicale fa sì che, almeno nel nostro Paese, sia più facile vendere magliette o suonare dal vivo che non vendere dischi. E’ un peccato, perché saremmo molto dispiaciuti se la Decadance Records dovesse essere delusa da un basso livello di vendite… Speriamo che ciò non accada!

Per concludere, cosa vi aspettate da Uppercut?

Il nostro primo obiettivo era quello di farci conoscere nella “scena” specialmente al di fuori della Spagna, per poter essere ascoltati, recensiti (il che include anche l’essere criticati) da webzines, riviste, radio, ecc… e divenire una band conosciuta dai fans della musica alternativa di tutto il mondo. Il nostro attuale punto di vista della situazione, prendendo spunto dalle recensioni che abbiamo letto, dalle mail che abbiamo ricevuto, dalle interviste o dalle visite e dai messaggi di supporto sulla nostra pagina di MySpace, è che molti già ci conoscono e con il passare del tempo il nostro seguito può aumentare se noi continuiamo così o se, come speriamo, ci miglioriamo ulteriormente. Tutto questo ci permetterà di vendere più dischi e di suonare in posti diversi: siamo molto ottimisti al riguardo. Per chiudere l’intervista, ci piacerebbe salutare tutti i nostri amici italiani e i vostri lettori, oltre a ringraziarti per la tua eccellente recensione e per questa intervista. Grazie ancora e pace per tutti!

Links:

Re/Move @ MySpace

Decadance Records

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