Mono Inc.: Temple of the torn

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Ver Sacrum In Italia il nome Mono Inc. è pressoché sconosciuto ai più, ma pare che nella natia Germania il quartetto abbia riscosso un certo successo già con l’album di debutto Head under water, risalente al 2004. Inutile dire che il fatto che un gruppo tedesco riceva consensi in madrepatria non stupisce per nulla, e soprattutto che tale atteggiamento non è una garanzia di qualità perché è risaputo che da quelle parti la gente è di bocca buona, ciononostante questo secondo lavoro si è rivelato un ascolto abbastanza interessante e degno d’attenzione. Le coordinate entro le quali si muovono Martin Engler e soci sono quelle di un gothic-industrial rock caratterizzato da ritmi mai troppo sostenuti e da linee melodiche poco originali ma efficaci, che rappresentano l’elemento chiave del sound proposto dai quattro musicisti, certamente più interessati a ricercare un refrain azzeccato che a strutturare i propri brani in maniera inusuale. L’iniziale “Temple of the torn” trae un po’ in inganno e fa pensare che la band sia una specie di versione annacquata dei Rammstein, ma già con “The condemned” ci si rende conto che il trend che va per al maggiore in casa Mono Inc. non è tanto il pestar duro e l’andarci giù pesante, quanto il tirar fuori la fatidica melodia che, da sola, sia in grado di sostenere e magnificare il pezzo. Proseguendo nell’ascolto ci si imbatte in un paio di canzoni ancor più “leggere” e in odor di synth-pop, che piaceranno parecchio a chi ha apprezzato le ultime cose di Apoptygma Berzerk (mi riferisco in particolare a “In my heart” e “Two sinners”), e addirittura in una ballad (“Just because I love you”) che sembra fatta apposta per attirare l’attenzione delle fan di Him e The 69 Eyes. Con i brani successivi le cose non cambiano poi molto (c’è infatti un ripetersi dell’alternanza tra episodi un po’ più tirati e momenti soft), ma in generale il livello qualitativo del cd rimane lo stesso di quello della prima metà, e di sorprese negative non ce ne sono. Sinceramente non me la sento di scommettere più di tanto sul futuro di questa formazione, ma come ho già detto in partenza il loro disco non è così “malvagio”, e una sufficienza abbondante se la merita di sicuro.

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