Desiderii Marginis: Seven sorrows

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Ver Sacrum Lo svedese Johan Levin, in arte Desiderii Marginis, non è certo una nuova conoscenza: questo Seven sorrows, infatti, è il sesto album di lunga durata. Il suo precedente album, That which is tragic and timeless, mi aveva colpito favorevolmente per le sue caratteristiche peculiari, grazie agli inserti acustici che lo caratterizzavano e che mi avevano fatto sperare nella possibilità di aver trovato una voce a metà strada tra la dark ambient più isolazionista e il neofolk marziale e pomposo. Da questo punto di vista, questo lavoro non si allontana molto da quanto espresso un paio d’anni fa: sono, in molti frangenti ben visibili le influenze del suo compagno di etichetta Raison D’Etre ma il nostro aggiunge qualcosa in più a quelle atmosfere mortifere: oltre ai suoni acustici e alle influenze “cosmiche” già citate, a tratti entrano in gioco strutture ripetitive di possibili chitarre campionate (“My diamond in the rust”), lontani echi pianistici (“Lifeline”), strumenti a corda (“The bitter potion”, “I tell the ancient tale” o il possibile dulcimer in “Constant like the northern star”), voci campionate recitanti (“Why are you fearful?” e altre già citate) salmodianti o talmente distorte da non poter essere certi che siano di provenienza realmente umana. Non posso negare che, personalmente, mi aspettavo un passo in avanti più deciso, da parte di Desiderii Marginis, verso una forma musicale più personale, che accentuasse maggiormante le caratteristiche sue peculiari: tale passo non c’è stato e quest’opera, pur di ottimo livello, rimane un po’ troppo invischiata in sonorità “convenzionali” all’interno della scena di cui fa parte.

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