Einstürzende Neubauten: Alles wieder offen

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Ver Sacrum Prosegue, a tre anni dalla loro ultima uscita ufficiale, il momento di grazia del gruppo tedesco, al di là di ogni dubbio uno dei nomi più noti e amati nell’ambiente industrial, probabilmente l’unico in grado di attirare un pubblico in grado di riempire il tendone dell’ex mattatoio a Roma, come accadde per il loro concerto all’inizio del 2005. Probabilmente all’epoca fu anche il prezzo molto contenuto ad convincere molte persone nella scelta ma ciò non toglie che i nostri sono stati in grado, nel tempo, di creare una miscela assolutamente personale e sperimentale ma allo stesso tempo in grado di essere ascoltata da una fascia di pubblico piuttosto ampia. Sicuramente oggi siamo alquanto lontani dai suoni più estremi degli esordi, in cui i nostri sembravano voler riprodurre i suoni di una fabbrica o di una catena di montaggio, utilizzandone gli strumenti di lavoro a mo’ di strumenti musicali; ciononostante il marchio personale del gruppo è sempre rimasto intatto, rendendoli sempre disponibili: non ci sono più le seghe elettriche o i martelli pneumatici, è vero, ma il suono secco delle percussioni, la miscela sonora complessa e la sovrapposizione di sonorità industriali e rock continuano a caratterizzarli ancora oggi; insieme alla capacità di creare un suono teso e in grado di comunicare tensione all’ascoltatore, pur essendo diventato molto più morbido che agli esordi. A voler ben vedere, il momento di grazia degli Einstürzende Neubauten non si è mai interrotto: è naturale che chiunque avrà i suoi dischi e periodi preferiti ma al di là di questo stiamo parlando di un gruppo che, nella sua storia, ha preferito parlare solo quando aveva qualcosa da dire: dieci dischi ufficiali in ventisette anni (più un paio di live e una manciata di compilation ed EP) sono la loro produzione musicale, che li ha resi a tutti gli effetti un gruppo di culto. Da un punto di vista del suono, Alles wieder offen prosegue sulla linea già demarcata dai suoi predecessori Silence is sexy e Perpetuum Mobile: una musica industriale che recupera la forma-canzone e le sorgenti rock, tendenzialmente calma e rilassata ma che si tende fin quasi al punto di rottura, senza però raggiungerlo veramente, lasciando così l’ascoltatore costantemente in bilico tra la pace e la follia; bellissimo il finale improvviso e inatteso dell’introduttiva “Die Wellen”, altrettanto ben inseriti gli archi in “Susej” ma si tratta di un album praticamente privo di veri e propri punti deboli. Un graditissimo ritorno.

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