London After Midnight: Violent acts of beauty

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Ver Sacrum Se dal 1998 in poi i London After Midnight avessero continuato a pubblicare dischi con cadenza regolare, adesso sarebbero una delle band più rappresentative della scena gotica, e forse non solo di quest’ultima. Già ai tempi di Psycho magnet (1996) il loro pubblico era alquanto variegato (tanto per fare un esempio, i metal-heads interessati alla proposta della formazione californiana non sono mai stati pochi…), e per tale motivo viene da pensare che Sean Brennan non abbia saputo “cogliere l’attimo” quando il vento soffiava proprio nella sua direzione. Dal punto di vista dell’ascoltatore, poi, il rimpianto sta soprattutto nel fatto che il cantante e polistrumentista è uno che di talento ne ha da vendere, ed è quindi un peccato che ci siano voluti ben nove anni prima che Violent acts of beauty potesse venire alla luce. Tanto per dire subito le cose come stanno, questo è un gran bell’album, uno di quelli che più lo senti è più ti convince, ma scordatevi (almeno in buona parte) il romanticismo dei suoi predecessori e siate preparati alla modernità del sound dei “nuovi” LAM, che ha davvero poco a che fare con quanto potete ricordare di loro. Non che si siano completamente snaturati, quello per fortuna non è accaduto, ma di sorprese ce ne sono molte, a partire dall’opener “The beginning of the end”, una canzone che (per più di una ragione) farà felici i fan dei NIN, ma sconvolgerà coloro che identificano i London con le famose “Sacrifice” e “Kiss”. A seguire troviamo “Feeling fascist?”, vero tormentone industrial-gothic-metal con un ritornello che ti si pianta in testa e non riesci a scordare neppure se ti ci metti d’impegno (ascoltate il suono della batteria, per giunta mixato da cani sia in questo caso che su tutto il cd, e poi ditemi se non è disturbante!), ma anche la successiva “Nothing’s sacred” non è da meno, con le sue melodie super-ruffiane e la solita bellissima voce di Brennan, ammaliante e sensuale come non mai. La quarta traccia è rappresentata dalla dolce “Heaven now”, caratterizzata da un mix piano/vocals da urlo, mentre con la seguente “America’s a fucking disease” si torna verso sonorità più aggressive e, diciamocela tutta, vicine a certe cose di Marilyn Manson, fatta eccezione per quelle parti di flauto che fanno tanto progressive-rock anni settanta. È poi la volta dell’efficace “Complex Messiah”, il cui climax arriva solamente nel finale, e di “Republic”, che invece fin dalle prime note appare per ciò che è, ossia un brano intrigante con qualche rimando ai già citati NIN. Per continuare ci sono “Fear” (episodio a metà strada tra industrial metal e glam rock, peraltro già incluso nella colonna sonora di Saw II), “Pure” (un po’ melenso, ma comunque passabile…) e “The kids are all wrong”, pezzo che ricorda molto i Dope Stars Inc. (non credevate mica che fosse un caso se il gruppo romano è fra quelli chiamati a supportare i LAM nel loro tour europeo, vero?). Per finire ci sono la fighissima (e anthemica) “Love you to death” e l’altrettanto valida “The pain looks good on you”, degne conclusioni di un disco così piacevole da far dimenticare persino il fatto che è esageratamente lungo (oltre alle dodici canzoni fin qui nominate ci sono pure delle bonus track, ma si tratta solo di differenti versioni di un paio dei brani ufficiali). Ho lasciato per ultime le considerazioni sulla massiccia politicizzazione dei testi di Brennan perché i titoli di alcuni dei suoi pezzi sono già parecchio espliciti: a quanto pare il nostro, negli ultimi anni, si è letto una vagonata di libri di Noam Chomsky e, così come molti artisti statunitensi, ha creduto fosse importante lanciare messaggi ben precisi al suo pubblico, cercando di risvegliarne la coscienza sociale e politica. Difficile dire se si tratta di un’azione spontanea e disinteressata, ma sarebbe bello credere che almeno metà delle cose che dice le pensa veramente, e non le usa soltanto per scopi pubblicitari. Dubbi e scetticismo a parte, l’album più atteso dell’anno si è rivelato ben oltre le aspettative: qualche vecchio fan forse rimarrà deluso, ma c’è da scommettere che tra le giovani generazioni l’entusiasmo non mancherà affatto. E a questo proposito, meno male che i London After Midnight non escono per una major, altrimenti rischiavamo di ritrovarceli a TRL, con le fan quindicenni intente ad urlare “Sean, I love you”!!

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