Sieben: Desire Rites

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Ver Sacrum Matt Howden firma il suo settimo album come Sieben, ed è un cambio sostanziale ciò che caratterizza questo Desire Rites. Se l’intro di “River Sheaf” è molto canonica, il brano si interrompe con un “Oh, fuck this!” per partire con la ritmica serrata di “Learn Some Sense Howden”, brano che dà fin da subito il senso dell’intero disco. Già, perché è proprio il preponderante sostrato ritmico a caratterizzare l’album. Dopo la piacevole calma dello splendido High Broad Field e le variazioni neoclassiche di Ogham Inside The Night, Howden sterza bruscamente e tira fuori un disco inaspettato, che spiazza e che intriga. Diciamolo subito: questo album dividerà gli ascoltatori. Ci sarà chi griderà allo scandalo per la svolta “pop”, e chi invece apprezzerà il tentativo di sottrarsi ad una struttura che ormai aveva già dato il meglio di sé con il capitolo precedente. Ritengo che Howden non avesse più molte opzioni, ripetere le soluzioni sviluppate negli altri album avrebbe condotto a un punto morto e alla noia, e tentare nuove strade, con tutti i rischi che la cosa comporta, era l’unica via percorribile. È in questo senso che va interpretato un titolo come “Learn Some Sense Howden”, ed è per questo che si pone come chiave di lettura dell’intero Desire Rites. Il terzo brano in scaletta continua con l’opera di demolizione, ci troviamo di fronte a una “My Prize My Punishment” che credo polverizzi il record di utilizzo della parola “fuck” in una canzone. “Rites Of Amends” ci riporta su binari più consueti, mentre la bella “Missolonghi Sky”, già presente in una diversa versione sull’EP Writ In Water, punta tutto sull’elaborata base ritmica. È stupefacente la capacità tecnica acquisita da Howden: questo disco è stato realizzato in completa solitudine, niente ospiti, solo voce, violino e qualche tocco di basso, eppure la gamma di suoni prodotti farebbe pensare all’uso di altri strumenti, come percussioni. “All-encompassing Rite” è probabilmente il brano che dal punto di vista musicale segna maggiormente il distacco, e si fa quasi fatica a riconoscere Sieben. Stessa sorte per “Turn The Power”, davvero poco riuscita, e per “Communication Rite”, dal testo quantomeno curioso. Desire Rites è un disco spiazzante, con alti e bassi, ma vale la pena ascoltarlo anche solo per una canzone come “Rite Against The Right”, forte di un testo come “You sad bands, you poor Nazi boys / Using symbols to shock because your music is cock”.

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