Bell Hollow: Foxgloves

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Ver Sacrum Assai grazioso il debutto degli americani Bell Hollow, quartetto costituito dal cantante, chitarrista e tastierista Nick Niles, dalla voce ben impostata a tratti rimembrante Morissey, dal bassista Christopher Bollman, dal preciso batterista Todd Karasik (li si ascolti in “The bottle tree”, quanto sono affiatati) e dal perito chitarrista Greg Fasolino, pronto ad imbracciare con profitto il mandolino quando richiesto dallo sviluppo della canzone in esecuzione. Un bel sound che rende pienamente giustizia al verbo pop coniugato nelle sue forme più nobili, come dimostrato abbondantemente da brani rispondenti ai titoli di “Seven sisters”, l’opener di “Foxgloves”, o la melanconicamente smithiana “Our water burden”. E non a caso per la seconda volta ho riportato ben determinate coordinate stilistiche, in quanto alla wave più meditabonda ed accuratamente rifinita vanno ascritte le dieci canzoni di questo bel disco. Nulla di trascendentale, è ovvio, ma le atmosfere dreamy di “Eyes like planets” emanano una classe che non si deve disconoscere (è in quest’episodio che fa la sua comparsa il mandolino di Greg). Ottima la produzione di Hillary Johnson, adattissima alla verve crepuscolare di questo prodottino che amalgama con sentimento e misura quanto di meglio appreso dall’ascolto di Cocteau Twins, The Cure (“Jamais vu” e le pulsazioni di basso che chiudono “Getting on in years”) e pure di And Also the Trees e Blue Nile, con un occhio di riguardo per quanto offerto negli ultimi anni da loro illustri connazionali (chi ha detto Interpol?).

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