Death In June: The Rule Of Thirds

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Ver Sacrum È dal 2004, anno di uscita di Alarm Agents, che Douglas Pearce non tira fuori un album ufficiale. Nel frattempo però non è rimasto con le mani in mano, e il portafogli dei fedelissimi di Death In June ha avuto vita dura a causa della pletora di ristampe che hanno invaso il mercato in questi anni. L’ultima, per il ventennale di Brown Book, è di soli due mesi fa. Questo nuovo album è una tappa difficile per la Morte in Giugno, dopo i deludenti risultati di All Pigs Must Die e Alarm Agents era lecito attendere al varco Douglas P. per stabilire una volta per tutte se la vena compositiva si fosse definitivamente esaurita. E fa piacere constatare che qualche carta da giocare sia rimasta ancora in mano all’aedo europeo. Sì, perché The Rule of Thirds è un disco tutto sommato dignitoso. Non è un capolavoro, è ovvio che il periodo dei Rose Clouds of Holocaust sia tramontato definitivamente, ma non siamo neanche dalle parti del pressapochismo di All Pigs Must Die o nella pantomima di sé stessi di Alarm Agents. Douglas prova a rialzare la testa e a rimettere qualcosa a posto. Innanzitutto elimina i collaboratori, e in questo album fa tutto da solo. Poi riduce all’osso anche il suono, che per l’occasione è scarno ed essenziale come non mai. Solo voce, chitarra e qualche sporadico campionamento per il disco in assoluto più minimalista nella discografia del progetto. Personalmente ho sempre pensato che fosse Boyd Rice la palla al piede che affondava artisticamente Douglas, e ascoltando The Rule of Thirds questa sensazione è praticamente confermata. In apertura “The Glass Coffin” e “Forever Loves Decay”, soliti pezzi alla Death In June, scivolano senza scossoni; solo con “Jesus, Junk and the Jurisdiction”, quasi una ballata dark pop, con il suo ritornello catchy, desta un minimo d’interesse. “Idolatry” è uno dei pezzi più stanchi dell’album. Facile facile, passa via e si dimentica nel suo essere completamente anonimo. Ci si riprende solo con le buone “Good Morning Sun”, “The Perfume of Traitors”, che col suo ritornello “God is nowhere, God is nowhere” ci dà un barlume di ciò che è stato, e “Last Europa Kiss”. Purtroppo il disco prosegue in maniera stanca fino alla fine, con la sola “Takeyya” che si eleva leggermente tra le altre. Alla fine i risultati sono altalenanti. Qualche pezzo piacevole c’è, ma è sempre qualcosa di già sentito in precedenza e, soprattutto, fatto meglio. La struttura del disco è troppo minimale, un lavoro più elaborato sui suoni e sugli strumenti avrebbe di sicuro giovato. Ascoltate “Good Morning Sun” e “Last Europa Kiss”: le carte ci sono, i pezzi sono azzeccati, ma provate a immaginarle con i corposi arrangiamenti periodo But, What Ends When The Symbols Shatters?. Per scrivere un intero disco di ballate solo voce e chitarra che possa reggere un’intero album serve una capacità di scrittura che pochi hanno, e che Douglas Pearce non ha più. Ormai a Death In June è rimasto ben poco da dire, è uno stanco ripetersi che non potrà durare ancora a lungo. Bisogna anche considerare che il genere che ha contribuito a creare è stato approfondito anche da altri gruppi, e se si paragona questo The Rule of Thirds con, ad esempio, Jordanfrost di Sonne Hagal, uscito un mese fa, la Morte in Giugno esce sconfitta su tutti i fronti. A questo punto, forse è il caso di appendere la chitarra al chiodo prima di rovinare anni di onorata carriera con uscite classificabili, a seconda del caso, tra l’inutile e la sufficienza stretta.

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