Avant-Garde: Iron in flesh

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Ver Sacrum “Dreams never end”. Non debbono finire, non debbono morire mai, i sogni. Non mi è stato facile scrivere questa recensione, chi mi conosce bene lo comprenderà, e lo stesso farà Carlo di ITNT, ne sono certo. Sono felice che il progetto vada avanti, mi sento particolarmente coinvolto, non solo emotivamente, in quanto fatto dalla piccola etichetta, colle sue produzioni dallo stile nettamente distinguibile, col suo entusiasmo che è quello dell’appassionato vero. Avant-Garde è una delle tessere di questo bel puzzle, che di volta in volta va formandosi, rivelandoci un paesaggio sonoro intrigante nella sua schietta semplicità. Alessio Schiavi compie un ulteriore step in questo cammino principiato ormai da un decennio, e finalmente giunge all’importante traguardo del disco lungo. I dieci pezzi di Iron in flesh reiterano quell’approccio genuino dal verbo dark che venne fatto proprio dal bravo cantante, chitarrista e compositore già all’epoca del bell’EP in vinile del 1999 (che chicca, lo accompagnava Mariano Intorno, i pezzi erano “Senza di Me”, “Pioveva”, “Wearing a mask” ed “Onirica paura”, Krylon Records). Sì, sono un maledetto, inguaribile romantico. Mandatemi pure al Diavolo, ma io dinanzi al basso pulsante, alla batteria scattante ed alla chitarra che taglia il pentagramma come una lama non posso opporre resistenza, la ratio si sbriciola. Questa è “Fra i ruderi”, canzone-manifesto di cosa sono gli Avant-Garde. Ma l’opener “Leid” richiama la pesantezza dei Killing Joke, “Mare di silenzio” e “Prisma di plexiglass” (già su “D’Inverno E.P.” del 2007, con la title-track di quel mini completato dalla cover dei concittadini Bohemien, “Colpi di sonno”) sono dure come il post-punk richiede, e la produzione di Gianmarco Bellumori le fa risaltare di propria lucentezza. “As cold as iron” è lenta e solenne come una marcia funebre, uno strumentale come “In the flesh”, le uniche dal titolo in anglosassone, le sole prive di parole. Un velo di disperata disillusione fascia “Inerme e lontano” della quale è presente pure una alternative-version come bonus track, “Istantanea” preme di nuovo sull’acceleratore, risolvendosi in meno di tre minuti di folle corsa verso l’auto-annichilimento, la più compassata “Epigrafe” è nerissima. Eppoi i testi, pregni di poetica decadente ed obscura senza mai apparir forzati o sterile esercizio di maniera, come troppo spesso accade. Apparato lirico che porta alla compiuta perfezione Iron in flesh, opera sincera di un gruppo assolutamente meritevole di rispetto e di supporto. Ben al di là di caduche mode, di effimere rivisitazioni di un passato che è tutt’uno col presente, perché al Tempo solo l’uomo, nella sua stolta alterigia, ha voluto porre dei codici…

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