Latexxx Teens: Death Club Entertainment

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Ver Sacrum Adesso non vorrei tediarvi con proclami del tono “questi li conosco da sempre” o “ve l’avevo detto che…”, col petto gonfio e lo sguardo di chi “la sa lunga”… Semplicemente nei LXT ho sempre creduto, ed ho letteralmente consumato i loro precedenti “Latex (de)generation” e “Moloko & ultra-violence”, alla faccia soprattutto dei – pochi – scettici che consideravano i romani l’ennesimo fuoco di paglia destinato a bruciare lo spazio di una notte (post-nucleare), trasmettendoli a ripetizione. Ma Hadrianus è pervicace, maledettamente cocciuto, e si sa che, alla fine, la tenacia paga. Perché i nostri un enorme potenziale lo possiedono da sempre, da quando appunto mossero i loro primi passi, nel 2003 a Roma (la notte del celeberrimo black-out), con Icy, Lex & P.P.69 decisi ad urlare la loro rabbia al mondo intiero. Perché questi qui sono davvero inkazzati (“Natural born chaos”), e l’intro “Also sprach Zarathustra” dichiara subito quelli che saranno i contenuti di DCI senza nascondersi dietro inutili paraventi di buonismo di facile mercato, una lunga e tormentata odissea negli spazi intergalattici dell’alternative più estremizzato. Le chitarre (La Nuit e Kami Plastik) vi stritolano di riff selvaggi, il basso di Icy X spacca i timpani e penetra fra le costole, le tastiere di Roy Toxxxics disegnano paesaggi sonori a dir poco inquietanti (“Against”), eppoi la voce malata di Lex Kaos fa il resto, completando il poco rassicurante dipinto. Eppure la formula è semplice, l’ho già citata nei miei precedenti report, lo ribadisco a beneficio degli infelici che ancora non conoscono i Latexxx Teens: sfrontatezza punk, glam-attitude, industrial-rock, scorie nu stoccate negli strumenti e pronte a fuoriuscire col loro carico letale di radiazioni, eppoi una facilità (imbarazzante per tanti colleghi che inutilmente si peritano di escogitar rimedi alla propria pochezza) estrema nel cucire addosso ad ogni singolo pezzo ritornelli da urlare, anthems da delirio r’n’r, assemblando canzoni strutturalmente semplici, ma terribilmente efficaci (la nuova versione di “Machine Zeit”). E si sente la mano del buon Victor Love (Dope Stars Inc. e co-produttore assieme al combo di Death Club Entertainment) nella ruffianissima “Long way to ruin”, singolo potenziale sul quale puntare a colpo sicuro; “L.S.D.” è cadenzato beffardo e cinicissimo, “Filth & fury” palpita come un cuore morente, “W.A.R.” è veloce ed impreziosita da un gran a-solo (insistete, ragazzi, su quest’aspetto, un punto di forza da sviluppare). I LXT sono cresciuti, osservano il sole spegnersi, preconizzano l’era della tenebra eterna, consci che alla decadenza non si può far fronte, il male è ormai irreversibile (che grande epitaffio, la coppia “Stardust”, ballad gothicissima che sa di primi Sisters, e la conclusiva e liberatoria “XIII”, ribellione da barricata, rifiuto di ogni convenzione o tregua). Meno motley rispetto a “Latexxx (de)generation”, ancor più cupi e disillusi di “Moloko…”, omaggiano gli immensi Killing Joke proponendo la loro versione di “Millennium”, perchè no future, no future for all. Che le cose siano state fatte in grande, senza nulla lasciare al caso, lo conferma pure l’artwork curato da Daniel Rolli, mentre mi sento in dovere di citare il look dei cinque pittatissimi terroristi sonici dell’ultimo alito della nostra civiltà, e lodare vieppiù il suono spaziale del quale gode Death Club Entertainment (mastering made by Brian Hazard/Resonance Mastering/USA). Buy or die!

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