Stoa: Silmand

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Ver Sacrum Per chi, come me, segue la scena ethereal da diversi anni, il nome della Hyperium non è poi così lontano dalla leggenda; probabilmente segue – certo, alquanto distaccato – quello della 4AD nei cuori di molti appassionati; a questa etichetta erano legati alcuni tra i migliori gruppi della prima metà degli anni ’90 e, tra questi, gli Stoa erano sicuramente una delle punte di diamante, sia a livello qualitativo che di vendite. Si tratta di un progetto che nasce nel 1991 dalla mente del polistrumentista Olaf Parusel e della cantante e violinista Conny Levrow e pubblica due CD tra il 1992 e il 1993 (Urthona e Porta VIII), partecipando inoltre a numerose compilation. La loro musica ha un’ispirazione fortemente neoclassica con belle e complesse partiture che coinvolgono gli strumenti “veri” e i suoni orchestrali sintetici e splendide e ariose melodie vocali che incantano l’ascoltatore. Dopo questi due lavori, il gruppo sembra scomparire nel nulla, anche a causa dell’abbandono da parte della Levrow e per diversi anni non si sa praticamente nulla finché gli Stoa non ritornano con una formazione rimaneggiata: Antje Buchheiser alla voce e al violino e Christiane Fischer al violoncello e alla seconda voce; con questa formazione incidono nel 2002 Zal, che prosegue il cammino intrapreso con i due album precedenti. Altra lunga pausa ed ecco che ritornano sul mercato con la loro quarta fatica, caratterizzata da una formazione ancora rimaneggiata (a quest’opera collaborano anche Louisa John-Krol, Mandy Benhards, Peter Nooten e Ralph Lehnert): di primo acchitto l’approccio è molto simile a quello dei tre lavori precedenti con bellissime strutture neoclassiche, il violino in primo piano e melodie non banali. È così che la strumentale “Sekrileg” apre l’album; già la successiva “Broken Glass” mostra invece che qualche cambiamento c’è: non tanto per l’intervento della voce, che non ha ispirazione classicheggiante ma più prossima ad un folk orecchiabile (potremmo dire “John-Krolliano”…), ma per le ritmiche sintetiche che mi lasciano un attimo perplesso. “La lune blanche” mi fa tornare indietro di quindici anni, ai tempi dei primi due CD dai quali sembra estratta. Lo stesso può dirsi di numerosi altri brani (“Daar”, “Iter devium”, “Modesty”, “So many clouds” e “Tacitum”). In “My last way” interviene la voce maschile avvicinando il brano ad alcune cose di Sopor Aeternus, mentre in brani come “Palldium [Night]”, “Hanuz Nist” e “So many clouds” ritornano le influenze folk e medievaleggianti. “A drinking song” è caratterizzata nuovamente da ritmiche abbastanza insignificanti. A parte due brani, che personalmente trovo decisamente bruttini, nel complesso il disco non mi dispiace: certo che da un gruppo del peso degli Stoa mi aspettavo un disco di livello eccelso, come nel caso dei tre lavori precedenti, mentre qui ho notato molti momenti di cedimento, forse alla ricerca di un rinnovamento nel suono. Personalmente, sono dell’idea che un gruppo che produce un disco ogni cinque o sei anni e che ha un nome come quello degli Stoa potrebbe tranquillamente passare sopra certe esigenze di originalità (in fondo stiamo parlando di un genere che hanno contribuito a creare) e cercare di esprimere al massimo le proprie capacità.

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