Cristiano Godano

0
Condividi:

Inutile stare tanto a parlarne: Cristiano Godano è un personaggio molto particolare, ed è anche uno di quelli che non sbagliano mai un colpo. Non bastasse il fatto che ormai da anni “detta legge” in ambito musicale (i suoi Marlene Kuntz sono forse l’alternative-rock band più talentuosa, interessante ed eclettica che ci sia in Italia, ma anche una fonte d’ispirazione per un’infinità di giovani gruppi…), il nostro si è pure messo a scrivere libri, e vi lascio immaginare con quale risultato. I sei racconti inclusi nel suo esordio narrativo sono una lettura consigliabile a chiunque ma specialmente ai tanti aspiranti autori un po’ troppo convinti di avere una buona proprietà di linguaggio, perché “I vivi” è davvero un ottimo esempio di bella scrittura e di cosa significhi saper sfruttare al massimo le possibilità che un idioma può offrire, ovviamente a vantaggio sia della forma che del contenuto. Vi lascio quindi al “Godano-pensiero”, stavolta del tutto slegato dalla tematica musicale e incentrato solo su quella letteraria…

Non ho potuto fare a meno di stupirmi nello scoprire che ci sono voluti anni prima che qualcuno riuscisse a convincerti a realizzare “I vivi”, pensavo infatti che la scrittura in generale (e quindi tutto ciò che va al di là del tuo impegno come autore dei testi dei Marlene…) rappresentasse per te una vera e propria urgenza espressiva, quasi una “necessità fisica”… Si tratta quindi di una passione che è cresciuta pian piano, di una consapevolezza che si è consolidata con il trascorrere del tempo?
Mi stupisce tutto il tuo stupore, ma… sì, è una passione che è cresciuta pian piano. Le mie necessità, nel corso dell’apprendistato giovanile e della prima parte della mia carriera, sono sempre e solo state quelle di fare canzoni rock e di metterci dei testi. Il fatto è che i testi che ho immaginato e creato per MK hanno comunicato molto a molte persone, in un modo speciale e ricco di implicazioni per le mie consapevolezze, costrette poco alla volta a fare i conti con un ruolo ben preciso che la gente mi riconosceva. E, volente o nolente, una semplice e chiara passione per la lettura si è trasformata in una possibilità di esprimermi anche in prosa. Tutto qua.
Il titolo del libro è un omaggio a James Joyce e al suo “Gente di Dublino”, opera che tu stesso citi nel racconto conclusivo e che pare aver influenzato anche certe tue scelte narrative, dato che ogni storia segue uno schema ben preciso ed è caratterizzata da un finale epifanico. Al contrario di Joyce, però, che considerava i dublinesi moralmente “paralizzati” e metaforicamente “morti”, tu hai chiamato i tuoi personaggi “I vivi”, ma quanto senso del paradosso c’è in tale titolo? L’impressione è che la maggior parte di essi, in realtà, sia vittima di un blocco interiore…
Le citazioni che dici sono molto, molto fra le righe, timide e pudiche. Ho ben chiara la distanza che mi separa da un narratore di talento, e ancor più da una personalità geniale come quella di Joyce, e l’omaggio che gli faccio ha le stesse caratteristiche delle citazioni suddette. Il titolo “I vivi” è più che altro giustificato da queste ultime, di stretta pertinenza dell’ultimo racconto, dove il finale ha sparute e però forti assonanze strutturali con quello dell’irlandese, ma mi piaceva talmente tanto che ho pensato fosse un buon titolo per tutta la raccolta. In effetti alcuni miei personaggi patiscono questo blocco interiore, e due addirittura fanno una pessima fine (dunque “morti”, semmai, anziché “vivi”). Ma hanno pur sempre una vitalità, almeno finché sono in vita, che li tiene lontani dalla “paralisi” joyciana.
Ogni sentimento o stato d’animo descritto nelle tue storie è straordinariamente forte e intenso, sia che si tratti di amore puro e profondo, di frustrazione, depressione o desiderio sessuale. Conosciamo i personaggi soprattutto attraverso le loro emozioni, anche le più nascoste, ma per il resto ci dici ben poco di loro, talvolta neanche il nome! A cosa è dovuta questa scelta, che apparentemente sembra indicare una spersonalizzazione dell’individuo?
Probabilmente è un mio limite, ovvero l’incapacità di tenere sott’occhio più componenti possibili di una buona narrazione.
Utilizzi un linguaggio molto ricercato ed erudito, che a volte però si contrappone a espressioni gergali o volgari, compresi alcuni riferimenti scatologici, tanto per fare un esempio… Trovi che l’uso di registri linguistici così diversi renda la tua opera più facilmente fruibile oppure miri ad ottenere un effetto spiazzante, straniante?
Se non ricordo male le scurrilità arrivano dalla bocca dei protagonisti dei racconti o dagli io narranti, che evidentemente se ne servono di consueto nella loro parlata quotidiana. Io non sono del tutto responsabile di ciò, solo in parte… (a meno che non ricordi male).
“Terrore” mi ha colpito molto e mi è sembrato rappresentare una simbolica discesa agli inferi, raccontata attraverso un linguaggio pieno di riferimenti ad aree semantico-concettuali ben definite (il tempo, lo spazio, i colori freddi, il diavolo ecc.) e ricchissimo di aggettivi. Ho però l’impressione che il racconto parli anche di solitudine, di impossibilità d’agire, è corretto?
L’obiettivo del racconto era dare voce a un uomo a cui capitasse una cosa terribile come quella di trovarsi in un luogo angusto da cui non poter più uscire, fino a doverne morire. Se avessi voluto una situazione verosimile avrei potuto pensare, che ne so, a quei poveri disgraziati buttati vivi nelle foibe tempo fa e costretti a morire di consunzione per impossibilità di uscirne… Credo che il dramma in cui mi sarei dovuto immedesimare sarebbe risultato analogo a quello che ho tentato di descrivere. Ma la mia fantasia mi ha suggerito qualcosa di più “favolistico” e straniante. Escludo qualsiasi simbolismo, che non era minimamente nelle mie intenzioni.
Nel libro ti sei autocitato, inserendo nell’ultimo racconto un verso tratto dal brano “Overflash” e anche un buffo commento del protagonista maschile della vicenda, che si chiede “E chi sarà mai che canta cazzate simili in una canzone?”. Mi pare quindi di capire che sei una persona a cui piace fare della feroce autoironia…
Non è feroce, suvvia 🙂 E’ divertita, e anche un po’ caustica nei riguardi dei malevoli.
Ben due dei sei racconti inclusi ruotano attorno alla tematica del sesso: ne “Il desiderio dei poeti” il protagonista maschile è una figura quasi triste e patetica, che immagina/sogna ma non riesce mai a concretizzare, mentre nella storia conclusiva (che ha lo stesso titolo del libro…) i due personaggi vivono la loro sessualità in maniera molto libera e aperta, concretizzando parecchio. Non credo sia un caso se hai voluto rappresentare situazioni così antitetiche, vero? Mi è sembrato poi di notare che il protagonista del primo racconto pensa al sesso quasi alla maniera femminile…
Probabilmente non è un caso, perché in relazione al sesso sono piuttosto di larghe vedute; e dunque credo semplicemente di aver dato voce a due fra i molteplici punti di vista di cui posso disporre. Non mi pare che il protagonista la veda al femminile, la faccenda… Posto che io sappia com’è “al femminile”.
Quanto, e in quale modo, l’essere un esteta condiziona la tua scrittura?
Chissà perché, ma la parola esteta mi inibisce un po’. Provo comunque a farmene carico, e rispondo che forse sì, in qualche modo la condiziona. Pur se non so dire in quale.
Gli elementi che contraddistinguono la tecnica narrativa da te impiegata rimandano più ai classici della letteratura moderna che non a certi giovani autori contemporanei, mi chiedevo però se le tue scelte stilistiche sono frutto di predeterminazione o sono del tutto spontanee…
Siccome non c’è nulla di spontaneo in tutto ciò che faccio (sono contro il falso mito della spontaneità in ambito artistico, e mi chiedo come si possa pensare che una canzone, un quadro, un film, un libro, possano essere scritti spontaneamente e di getto) penso che vi sia una predeterminazione. Ma nello specifico della tua domanda credo la cosa sia inconsapevole e inconscia. E comunque le mie scelte stilistiche hanno più che altro a che fare con ciò che mi piace leggere, e che mi influenza in qualche modo.
Immagino che i fan dei Marlene non siano rimasti affatto sorpresi nell’apprendere che Cristiano Godano pubblicava un libro, ma come hanno reagito coloro che ti hanno conosciuto dapprima come colto e sofisticato autore letterario, e solo successivamente hanno scoperto che sei il (talvolta scatenato) cantante di un famoso gruppo rock? Immagino lo sbigottimento di qualche attempato e distinto signore…
Non ho avuto il piacere di conoscerne, e dunque non so rispondere.
Stai già lavorando a una seconda opera letteraria? Come sei riuscito/riesci a conciliare l’attività di scrittore, che richiede tempo e soprattutto grande concentrazione, con i tuoi numerosi impegni musicali?
I miei impegni sono tanti, giustappunto, e giustappunto non ho in cantiere nulla.
Si ringrazia Maurizio Piseddu per averci concesso l’uso della sua foto. Vi invitiamo a visitare la sua pagina su Flickr.
Condividi:

Lascia un commento

*