Speciale Imago Mortis

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L’ evento Imago Mortis è un avvenimento più unico che raro nel moribondo cinema horror italiano. Sono stato incuriosito fin dai primi annunci promozionali. La visione del film, poi, mi ha sorpreso davvero: mi sono trovato di fronte ad un autore (e ad un gruppo di lavoro) straordinariamente maturo e ben saldo nelle proprie convinzioni estetiche, teoriche ed artistiche. E anche ad un autore il cui lavoro – benché sia stato caricato di responsabilità pesanti, come quello di essere “il primo film del nuovo horror italiano” – è di fatto molto lontano dalla tradizione horror del nostro paese. Tutto ciò merita l’approfondimento di questo special su Imago Mortis, che consiste nell’intervista a Stefano Bessoni, in cui alcune mie intuizioni siano state confermate dalle parole del diretto interessato, e nella recensione del film.

Disegni di Mariachiara Di Giorgio - Fotografie di scena di Gianfranco Mura

Stefano, vuoi presentarti ai lettori di Ver Sacrum e illustrare il percorso che ti ha portato a dirigere Imago Mortis?

Ho iniziato come illustratore, e tutt’ora disegno per visualizzare le mie idee, poi una lunga gavetta come filmaker indipendente, fino alla realizzazione di Frammenti di scienze inesatte, un film a bassissimo budget, ma un vero lungometraggio. Tanti progetti, tante porte in faccia, difficoltà a non finire e poi Imago mortis.

Hai lavorato anche con Pupi Avati, vero? In che occasione?

Ho collaborato con lui come disegnatore e storyboard artist per qualche anno, in particolare per il film I cavalieri che fecero l’impresa. Ho anche lavorato con Alvise Avati per un anno occupandomi di effetti digitali.

Il film è strutturato come un omaggio al cinema di genere e al cinema tout court. A parte a riferimenti indubitabili all’estetica del nuovo cinema horror spagnolo, è possibile fare una “graduatoria” delle tue influenze?

Peter Greenaway, Roman Polansky, Jean Pierre Jeunet, Guillermo Del Toro… ed una lunga lista. Mi auguro in futuro di avere la possibilità di poter lavorare con la franchezza, la libertà e la forza degli autori che stimo.

So che lo script ha avuto vicende travagliate, vero?

Travagliate è dir poco…

Ci racconti qualcosa? E che ci dici del tuo lavoro con Berdejo?

Preferirei di no sinceramente, visto che lo script è uno dei punti deboli del film e ne sono perfettamente consapevole. Il lavoro con Berdejo è stato estremamente piacevole, tranquillo e stimolante. Luis per me è un amico e un prezioso collaboratore ed ho un enorme stima di lui come sceneggiatore e regista. Tieni sempre presente che una volta chiuso lo script, questo non è ancora completamente al sicuro: ci sono le riprese, il montaggio, le traduzioni, gli adattamenti, la post-produzione, il doppiaggio…

Ho trovato notevole l’idea dell’atemporalità della storia. A cosa si deve queste tua scelta?

Nasce dalla voglia di costruire una favola nera che non sia riconducibile ad un quotidiano a portata di mano e che possa assomigliare ad un mondo disegnato sulla carta e regolato da leggi proprie.

Colpisce l’irrequietudine del tuo sguardo, che si esplicita anche attraverso la continua sperimentazione di ottiche diverse. E’ una cosa che non si vede molto oggi. Sbaglio?

Beh, principalmente utilizzo ottiche corte e cortissime, grandangolari molto spinti che distorcono la percezione prospettica ed alterano la tridimensionalità degli ambienti. Per i dialoghi utilizzo invece ottiche medie per privilegiare gli attori. Non uso quasi mai ottiche lunghe e teleobbiettivi. E odio lo zoom.

Le locations sono strepitose. Dove si trova l’Istituto Murnau? Quando avete lavorato su location vere e quanto in studio?

Si trova a Torino ed è un vecchio ospedale con delle parti abbandonate. Si chiama “I Poveri Vecchi”. Il laboratorio dell’alchimista Fumagalli invece è interamente costruito negli studi Lumiq, sempre a Torino.

Ho trovato gli attori perfetti (Alberto Amarilla e Oona Chaplin hanno davvero il fisique du role per la storia, per non parlare di Geraldine). Ci racconti come hai costruito il cast?

L’ho costruito seguendo le fattezze dei personaggi che avevo disegnato e ascoltando le richieste e le proposte dei miei produttori. Il casting si è svolto tra Roma, Londra e Madrid e in piccola parte a Tokyo.

Il film m’è sembrato anche un notevole lavoro di squadra. Ci parli dei tuoi collaboratori (fotografia, scenografia, costumi, musica), tutti di altissimo livello? Quale è stato il grado di cooperazione fra le tue idee e quelle dei singole persone al lavoro sul film?

Il risultato visivo è stato possibile grazie all’affiatamento di un gruppo di amici che noncurante delle difficoltà si è rimboccato le maniche e ha dato il meglio. Alessandra Torella per i costumi, Briseide Siciliano per le scenografie, Leonardo Cruciano per gli effetti speciali, Bruno Albi Marini per gli effetti digitali e Arnaldo Catinari per la fotografia.

Il tuo approccio all’utilizzo della musica mi sembra, fortunatamente, molto poco “moderno” (intendendo con questo l’aggressione di decibel che ora va molto di moda) e molto classico.

Sì è una classica colonna sonora cinematografica, con tanto di orchestra vera e partitura volutamente poco moderna. Il compositore è Zacarias De La Riva, un giovane compositore spagnolo.

Qual è il tuo atteggiamento nei confronti del gruppo di collaboratori. Sei, diciamo, un “benevolent dictator” o sei aperto alle loro proposte e alle loro idee?

Aperto alle proposte, ma con dei paletti. La condizione è quella di credere nel mio mondo e nel mio immaginario e di entrare a farne parte, poi una volta presa la “cittadinanza” il discorso è aperto e si lavora in piena collaborazione e scambio di idee. Credo molto nel lavoro di gruppo, soprattutto se il gruppo è affiatato e altrettanto aperto al dialogo.

I disegni “burtoniani” che costellano il film, sono i tuoi vero?

Sì.

Allora, cosa pensi ci sia del cinema di Burton nel tuo?

Non credo che al di là del disegnare e ad un affine gusto per il macabro grottesco ci siano poi troppe analogie. Lo adoro e lo ammiro, sono un suo ammiratore sfegatato, ma mi sento abbastanza lontano dal suo immaginario. In me c’è molto più Greenaway che Burton.

A proposito, usi lo story board?

Occasionalmente, solo per alcune sequenze. Non lo disegno io personalmente però, è un lavoro troppo lungo ed impegnativo e preferisco farlo fare ad uno storyboard artist che sviluppa i miei scarabocchi.

Cosa pensi delle condizioni in cui versa il nostro cinema di genere, e non solo?

Che devo dire? A vedere come ti trattano quando fai un film non mi stupisce che poi le condizioni non siano buone, che molti desistano e altri scappino all’estero. Credo però che in Italia si facciano molte buone cose e che il nostro cinema sia in promettente ascesa.

Cristina Borsetti (FilmTV) ha definito il tuo “il primo film del nuovo cinema horror italiano”. Che ne pensi?

E’ un bellissimo complimento e sicuramente ce la metterò tutta per correggere i difetti e cercare di arrivare a fare qualcosa che possa soddisfare il pubblico, la critica e chiaramente anche me. Fare un film di genere oggi in Italia significa esporsi ad un grosso rischio e avere gli occhi di tutti puntati addosso. Il film è stato caricato di una responsabilità enorme, ovvero di riavviare in Italia un genere da tempo assopito: se il film va bene “E’ rinato l’horror in Italia”, se il film va male “L’horror in Italia è definitivamente morto”. Io ho cercato di fare un film a tinte horror che non cedesse allo splatter e che fosse impregnato delle mie passioni. L’ho fatto onestamente, seguendo sempre le indicazioni dei miei produttori e cercando di superare una serie infinita di ostacoli che non mi metto certo ad elencare.

Hai visto qualcosa che t’ha colpito al cinema, ultimamente?

Tantissimi film. Uno che mi ha colpito particolarmente è The Millionaire di Danny Boyle.

Hai visto Lasciami entrare?

L’ho appena visto e sono rimasto letteralmente affascinato. Macabro e meraviglioso.

Come sta andando il film in Italia? E fuori?

E’ ancora troppo presto per fare dei bilanci.

E la critica, per quello che vale, come ha risposto?

Molta critica ha risposto male, molto male. Poi ci sono anche critici che hanno apprezzato il film e hanno colto qualcosa in più oltre al tentativo di risollevare a tutti i costi un genere assopito.

A parte il cinema, cosa leggi, cosa ascolti, quale arte attira la tua attenzione? Frequenti il teatro?

Leggo moltissimo e cerco cose che possano stimolarmi intellettualmente e anche far scaturire nuove idee. Ho adorato ultimamente Carnival Love di Catherine Dunn e non mi stanco mai di rileggere Alice nel paese delle meraviglie. Ascolto Nick Cave, Gogol Bordello, Têtes Raides, Les Negresses Vertes, Mano Negra… Mi nutro di pittura, illustrazione, grafica. Il teatro mi terrorizza anche se è una delle mie componenti fondamentali, mi trasmette un senso fastidioso di caducità e ineluttabile decomposizione. Non riesco ad accettare un qualcosa che è già finito nel momento esatto in cui avviene. E’ per questo che ho scelto il cinema, che mi permette di catturare ed imprigionare il tempo. Mi piace comunque il teatro della Socìetas Raffaello Sanzio, de La Fura dels Baus… e poi in fondo sono un seguace del Teatro della Crudeltà, nel senso più artaudiano del termine e di personaggi come Kantor e Topor.

E ora una domanda di rito, anche se mi rendo conto che sarai nel pieno della promozione del film. Progetti futuri?

Tantissimi. Ho alcune sceneggiature già pronte e spero che mi venga data la possibilità di continuare. La mia intenzione è quella di sviluppare e controllare lo script con un buon collaboratore che mi impedisca di ripetere errori ed ingenuità e mi permetta di concentrarmi sull’aspetto registico. Vorrei soprattutto lavorare su qualcosa che possa rispecchiare meglio le mie peculiarità espressive, senza dover a tutti i costi portare il vessillo della commerciabilità. Questo non significa che io non voglia fare film per il grosso pubblico, certamente no, vorrei solamente lavorare su qualcosa che non venga frainteso e possa essere criticato, nel bene e nel male, per quello che è.

Speciale Imago Mortis

Intervista a Stefano Bessoni

Il film

Links:

Il blog di Stefano Bessoni

Imago Mortis @ IMDB.com

Fotografia di Gianfranco Mura

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