Aleph: Seven steps of stone

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Ver Sacrum Se dovessimo attribuire nuove coordinate al dark metal, aggiornandolo secondo i codici moderni, più confacenti all’evoluzione del genere dai suoi primordi fino ai giorni nostri, potremmo prendere a valido paradigma Seven steps of stone degli Aleph. Finalmente i bergamaschi ci propongono il loro esordio di lunga durata, concretizzando anni di continua evoluzione e costante perfezionamento. Le atmosfere agghiaccianti di “The cradle and the blade” massimizzano il concetto di oscuro e di malvagio applicato in ambito heavy e, senza eccedere in inutili prove di forza, ma nemmeno acconsentire alla tentazione di lanciarsi in improvvide e sterili esibizioni di bravura (che i nostri posseggono, altrochè!), Lorenzo Fugazza (chit.), Giulio Gasperini (keys), Dave Battaglia (voce e chit.), Manuel “Ades” Togni (drums) ed Antonio Ceresoli (bass) rendono il pentagramma una sdrucciolevole e buia scalinata che ci porterà direttamente al cospetto colle porte dell’Inferno, spalancate le quali per noi non ci sarà più scampo. Ecco che Seven steps… si candida autorevolmente al titolo di sorpresa di questo primo scorcio di 2009, rileggendo con attenzione le note a margine di pagina iscritte dai Merciful Fate sul Libro Nero che riporta le loro insane gesta, ammorbandole con un sound malato, glaciale, al cospetto del quale più di un combo dedito al più feroce black rimpicciolisce fino a scomparire del tutto. “Bringer of light” e “The voices from below” sono malvage e cupe, i solos sferzanti di Fugazza si intrecciano con i fili intessuti con fredda determinazione da Togni, Ceresoli e Gasperini in un ordito che vi soffocherà come il cappio di canapa del boia, inesorabilmente stretto attorno al vostro collo. Devastante la lunga ed articolata “Chimera”, partita in due sezioni che pagano il giusto ed onesto tributo al progressive più fosco, ma la cavalcata non ha ancora fine! “An Autumn colder than Winter” imparenta il rifferama sinistro dei Black Sabbath era-“Headless Cross” colla quiete, gelida ed apparente, evocata dai sublimi Opeth nei loro momenti più riflessivi, “Tidal Wave” è l’ennesima verifica di resistenza (si sfiora il quarto d’ora) superata in scioltezza, “Epitaph lies” mi è apparsa troppo canonicamente thrash rispetto alle precedenti, la vecchia “El Aleph”, una delle prime composizioni della band, rimanda alle jam strumentali care ai Dream Theater. Un gran bel disco, Seven steps of stone, lo rimarco, auspicando che l’attuale crisi, che taglieggia i nostri spossati portafogli, non rechi nocumento a questa opera! Non scaricatela, amici miei, bensì appropriatevi dell’originale!

TagsAleph
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