Depeche Mode: Sounds of the Universe

0
Condividi:

Ver Sacrum Per chi scrive, i Depeche Mode non sono un gruppo qualunque. Nell’ormai lontano 1984, con gli acquisti del loro Some Great Reward e The Collection degli Ultravox iniziò la mia epopea “oscura”, che tutt’ora prosegue e per lungo tempo il quartetto di Basildon è stato di gran lunga il mio gruppo preferito. Nel corso di 25 anni, tante cose cambiano nella vita di chiunque e questo vale ovviamente anche per Martin Gore e soci, la cui evoluzione musicale è stata costante e non sempre vista di buon’occhio dai fans di vecchia data come il sottoscritto. La pubblicazione del mediocre Exciter è stata un colpo che non ho mai digerito, mentre il successivo Playing the angel, pur offrendomi un sound che solo a sprazzi era quello della band che per tanti anni avevo incondizionatamente amato, aveva rianimato il mio interesse nei loro confronti. Il 2009 ci porta in dono Sounds of the Universe, dodicesimo album dei Depeche Mode, nonchè uno dei dischi piu’ attesi dell’anno, vista la fama ormai planetaria raggiunta dai nostri; il disco, come tutti sapete, è stato preceduto da “Wrong”, un singolo che aveva legittimato in me delle buone aspettative verso questo album, ma ahimè, mi sbagliavo: dopo diversi ascolti, Sounds of the Universe non mi convince affatto e, dopo il pessimo Exciter, non esito a definirlo il lavoro meno riuscito dei Depeche Mode. Ciò che manca sono proprio le canzoni: “Wrong” è l’inevitabile singolo di un disco che per il resto sembra una raccolta di scarti o b-side. Martin Gore non deve passare una fase artistica particolarmente ispirata, sopratutto alla luce del fatto che tre delle canzoni che preferisco di questo album sono state scritte da Dave Gahan. In totale, Sounds of the Universe racchiude tredici brani contraddistinti da un sound minimale e da un ritorno (molto parziale ovviamente) a sonorità analogiche: la classe e l’esperienza maturata in tanti anni si riflettono in un prodotto tecnicamente impeccabile, ma assolutamente carente dal punto di vista emozionale, con canzoni piuttosto piatte, che si susseguono senza lasciar traccia nell’ascoltatore. In un contesto di prevalente noia, si salvano solo alcuni episodi: “Hole to feed”, “Come back” (due pezzi scritti da Gahan), “In Sympathy”, la conclusiva “Corrupt”), che comunque sfigurano totalmente se rapportati al passato (e nemmeno a quello piu’ remoto). Disco che venderà comunque molto, perchè i Depeche Mode sono una di quelle bands i cui dischi si comprano ormai “a prescindere”, ma da loro era lecito attendersi molto di piu’.

Condividi:

Lascia un commento

*