Lacuna Coil: Shallow life

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Ver Sacrum Alzi la mano chi di voi non ha già letto almeno una diecina fra recensioni ed interviste ai nostri LC. Scommetto che conterei poche unità, tanta e tale era l’attesa che ha preceduto il più recente parto discografico di una delle band più amate/odiate dello scarno panorama alterna italiano, inseguita da tutti gli scribacchini della penisola impegnati nella gara a chi arriva prima, a chi li cita di più, a chi pubblica più fotografie della bella Cristina e dei suoi colleghi. Invidiati od incensati, addirittura oggetto del dileggio di qualche purista (di quelli che se la tirano e che fanno i fighi, coloro poverini che non si abbassano ad ascoltare quelli che a loro giudizio si sono venduti al mainstream), il solito teatrino all’italiana, fatto di lotte di quartiere (macchè campanile, quello è crollato da anni…), polemiche e sgambetti, cosucce che ai lettori di Ver Sacrum strappano al massimo un sorrisetto di compassione. Shallow life è forse il capitolo più importante della vicenda artistica dei sei. Quello che dovrebbe (uso ancora il condizionale, per scaramanzia) fargli compiere il definitivo salto di qualità, rendendoli a tutti gli effetti un gruppo ROCK di statura internazionale. Di proposito l’ho scritto tutto in maiuscolo, perché non ha più senso, da oggi in poi, inscatolarli in un genere o sotto-genere definito (sempre ammesso che i confini fra questi esistano ancora…). Non più Waldemar Sorytcha dietro la consolle, bensì quel Don Gilmore responsabile di un altro sdoganamento, quello dei Linkin Park dal carrozzone del morente nu-metal (e con firme apposte su successi di Pearl Jam e della starletta del punk edulcorato Avril Lavigne). Ed ecco la differenza fra queste dodici tracce (la prima edizione ne conta una in più, la bonus “Oblivion”) e quelle che hanno segnato la prima parte della carriera di Scabbia/Maus/CriZ/Ferro/Pizza/Maki. Gilmore ci ha messo del suo, stimolandoli ed indirizzandoli verso un sound più asciutto ed essenziale, privo d’orpelli, ma questi pezzi erano già maturi. Irrevocabilmente americano che mi/ci piaccia o no. Ma, in fondo, lo sapevamo che sarebbe andata a finire così, o no? “Spellbound” la canta ormai anche mia figlia, il video è bellissimo, “I won’t tell you” ed “Underdog” distruggono le ambizioni di Evanescence e colleghi, ma limitarsi a citarne solo tre (e la title-track? Bellissima) è davvero riduttivo. Anche se continuerò ad amare i loro precedenti lavori, anche se dovrò farmene una ragione di certi passaggi… pop (ma non è mica una parolaccia!!!!), sono certo che queste canzoni stazioneranno a lungo nel mio lettore mp3. E se qualcuno di voi la prossima estate si recherà negli States, non si meravigli se (fra quelle poche emittenti che ancora lo trasmettono, il r-o-c-k) fra i citati LP, Foo Fighters e combriccola si beccherà pure i Lacuna Coil!

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