Laibach: Laibachkunstderfuge

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Per motivi che ignoro, il mondo della musica rock (o, quantomeno, di derivazione rock) ha sempre subito il fascino e l’attrazione per la musica classica, barocca o antica in generale; ci sono state epoche in cui il rock stesso ha preso ad ispirazione le complesse partiture della musica classica per creare lunghe suite rock, dando vita all’epopea del rock progressivo. Anche il post punk, nato dalle ceneri del movimento ribelle per antonomasia, e la musica industriale non hanno resistito ed hanno ceduto alla tentazione di riprodurre nelle idee e nei suoni quanto i secoli precedenti avevano prodotto. Non c’è dubbio che, nelle contorte strutture della musica dei Laibach, un’influenza delle forme musicali più all’avanguardia tra quelle di provenienza accademica c’è sempre stata, anche se spesso in forme stravolte e striscianti; più difficile era aspettarsi una rivisitazione dell’Arte della Fuga, forse una delle massime opere dell’ingegno umano nonché uno dei primi casi di arte concettuale. Si tratta di un’opera dalla complessità notevolissima che, indubbiamente, ben si presta ad operazioni di questo genere, visto che per essa Bach non fornì alcuna indicazione sullo strumento da utilizzare, rendendola così estremamente aperta (ne è stato scritto anche un arrangiamento sinfonico) al punto da far sostenere, ad alcuni critici, che l’idea alla sua base fosse quella di una composizione creata non per essere suonata ma per essere letta, una sorta di saggio sul contrappunto scritto nel linguaggio stesso della musica, destinato ad un pubblico in grado di comprenderlo. Quando mi accingevo ad ascoltare per la prima volta questo CD non sapevo veramente cosa aspettarmi e la curiosità era forte e, non posso negarlo, la sua recensione mi è costata non poca fatica. Il fatto è che, al di là dell’esprimere se il lavoro nel suo complesso sia piaciuto o meno, il mio desiderio era cercare di capire se da questa musica si riusciva in qualche modo ad intuire l’antica origine contrappuntistica. Il problema è che non sono convinto di aver trovato una risposta a nessuna delle due questioni. I Laibach hanno avuto la capacità di non fare una “brutta copia” dell’opera di Bach, come spesso mi è capitato di ascoltare nel passato, ma una rivisitazione completa secondo i canoni di certa musica elettronica; in questo senso, in effetti si alternano brani in cui si riesce ad intuire bene la natura barocca dell’opera, che però in altri momenti sembra perdersi. Quelle che vengono, secondo me, a mancare completamente sono l’anima dei Laibach stessi e la natura della loro musica, nonché la loro capacità di rendere pienamente proprie le composizioni di altri musicisti, caratteristica che ha da sempre contrassegnato le loro produzioni; nel complesso, quindi, la mia sensazione è stata quella di un CD freddo e fin troppo distaccato, con un che di forzato. L’idea può essere affascinante, ma il risultato non è ai livelli delle plausibili attese: non lo consiglierei a chi volesse conoscere i Laibach e, per quanto mi riguarda, quando vorrò ascoltare l’Arte della Fuga continuerò di certo a far riferimento a quella suonata all’organo da Helmut Walcha.

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