Unto Ashes: The blood of my lady

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Ver Sacrum L’ultima opera degli statunitensi Unto Ashes risale a tre anni fa, epoca in cui i nostri fecero un tour in Europa di spalla ai grandissimi Qntal, che riuscii a intercettare in quel di Berlino in una bellissima serata alla Kulturbräuerei. Nella recensione di quel disco, intitolato Songs for a widow, affermai che gli Unto Ashes erano a mio parere alla ricerca di un punto di svolta nelle loro sonorità e che apparivano sufficientemente confusi in questa ricerca da far pensare ad una non semplice conclusione di tale ricerca. Le mie parole sembrano aver avuto un potere profetico: il gruppo ha attraversato un periodo complesso che lo ha portato a trasformarsi, di fatto, nel progetto solista di Michael Laird e lo stile musicale è cambiato moltissimo; dopo il tour suddetto, infatti, Mariko e Natalia Lincoln hanno deciso di trasferirsi in Germania dove la seconda ha iniziato a collaborare con diversi membri di Qntal, Estampie e Helium Vola in un progetto diretto da Michael Popp chiamato VocaMe (consiglio caldamente agli amanti del genere di ascoltarne i brani presenti su Myspace, nella speranza che possano al più presto pubblicare un CD). In questo The blood of my lady Michael Laird sceglie di non rimpiazzare le due voci femminili soliste e di allontanarsi sia dalla direzione più contaminata intrapresa negli ultimi due CD (in cui influenze vagamente electro e addirittura metal si erano fatte strada) sia da quella più elegante ed austera dei primi lavori, a mio giudizio di ottima fattura; la direttrice scelta, invece, è quella di una forma musicale ispirata alla musica vittoriana, in cui la voce femminile, ad opera di Josie Smith, fa solo da sfondo a quella del musicista stesso, che si fa però aiutare anche da Kim Larsen (:Of The Wand And The Moon:) e Sonne Hagal, in tre brani ciascuno; le chitarre prendono il posto dei liuti, ma il polistrumentista Laird non si risparmia di certo, divertendosi ad suonare numerosi strumenti acustici come la ghironda, i due tipi di dulcimer, il mandolino, il pianoforte e le percussioni. Musica e liriche sono quasi tutte opera del musicista, che pare le abbia scritte tutte in una sorta di reclusione volontaria in una casa di campagna, anche se in alcuni casi si fa riferimento a testi e composizioni più antiche, come una poesia di Christina Rossetti (sorella del famosissimo Dante Gabriel) o un’opera di Kassia (musicista bizantina, una delle prime di cui ci siano giunte opere). Si tratta di un disco quasi completamente acustico (a parte l’uso, devo dire abbastanza delicato, di un sintetizzatore analogico) caratterizzata dalla purezza cristallina del suono, dall’elegante raffinatezza delle forme musicali, in cui assolutamente non stona la particolarissima cover di “Fly on a windscreen” dei Depeche Mode (trasformata in un brano tipicamente neofolk). Si tratta di una notevole sorpresa il cui ascolto mi sento di consigliare caldamente sia agli amanti delle atmosfere folk e acustiche sia agli amanti della musica eterea; non posso negare che un evento apparentemente traumatico (la perdita di due dei tre elementi della vecchia formazione) ha in questo caso provocato una reazione estremamente positiva e l’abbandono di strade che, a mio parere, stavano portando rapidamente gli Unto Ashes verso una inesorabile decadenza e abbia permesso la creazione di un piccolo gioiello.

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