Brillig: The red coats

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Ver Sacrum Consideravo i tre wallabies tra i papabili eredi degli Suede (ah, i miei Suede…), avendo i brani dell’ep “The plagiarist” e di “Mirror on the wall” stesa con cura una patina glamour irresistibile, e la bella voce di Matt Swayne deponeva sicuramente a loro favore, così intensamente andersoniana. Ma la svolta intrapresa (definitivamente?) con The red coats lascia intravedere sviluppi assai interessanti. Aumentata la famigliola (a Swayne, alla graziosa Elizabeth Reid ed a Denni Meredith si è unito in pianta stabile il drummer Ben Macklin), i nostri propongono ora undici brani ove banjo, armonica, ukulele, accordion accentuano le screziature melancoliche da sempre componente essenziale del loro sound. Folk che sa tanto della terra natia, dei suoi spazi sconfinati, del senso di sospensione che si prova attraversandoli, anche solo coll’immaginazione. La definitiva maturità di un gruppo che potrebbe rappresentare una delle realtà più fulgide del panorama alternativo? Forse, certo è auspicabile che essi trovino finalmente il loro spazio definito. Curiosamente, il tema marino/lacustre, indi acquatico (“Death at sea”, “The old captain”, “The frozen lake”…) ricorrente, che stabilisce una interessante analogia, finanche stilistica, coi grandi cantori And Also The Trees, se mi fa andare alla spiaggia ghiaiosa di Brighton, ed a giuochi infantili coi ciottolo levigati dalla marea, ha suscitato in me pure un indolente senso si abbandono, come il viaggiatore che percorre spazi smisurati (appunto come potrebbero essere le lande australiane), e di tanto in tanto, all’occaso sopra tutto, si lascia andare al riposo, riassumendo mentalmente il percorso appena compiuto, le traversie e gli incontri succedutisi. Musica che culla i nostri sensi, la nostra anima…

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