Laibach

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L’importanza dei Laibach nell’evoluzione delle sonorità e sperimentazioni Industrial è indubbia: il passaggio del gruppo sloveno in Italia merita quindi un’attenzione tutta particolare, quell’attenzione che deve essere tributata a chi occupa di diritto un posto nella Storia della musica alternativa.

Siamo stati presenti a questa calata dei Laibach in Italia in ognuna delle tre date, Roma, S. Donà e Prato: abbiamo raccolto impressioni e immagini che vogliamo condividere con voi in questo speciale: Ankh, oltre ad essersi occupato di una precisa cronistoria del gruppo ci racconta del concerto di Roma; Candyman ci ha riportato le sue imporessioni dal Mithos mentre Christian Dex ha immortalato il gruppo su pellicola nel live di Prato.

Roma, Classico Village 30/1/2003

Laibach

Laibach, Roma 30/1/2003 (foto di Ankh)

I Laibach sono, a mio giudizio, uno dei gruppi più importanti della scena industriale di sempre, sia per quello che hanno fatto sia per l’influenza che hanno avuto su molti gruppi che oggi sono di gran lunga più famosi di loro (dai Calva Y Nada ai Rammstein, per citarne due). La musica del gruppo sloveno è cambiata molto con il passare del tempo e, poiché non si è mai parlato molto di loro su Ver Sacrum, credo valga la pena spendere due parole per descriverne l’evoluzione; tralascerei senz’altro, in questa sede, il lato estetico-politico del gruppo, sul quale si è detto molto in passato e che esula senz’altro dallo scopo di questa breve introduzione (chi volesse conoscere la mia opinione in merito può leggere quanto dico di loro sul mio sito seguendo questo link), per concentrarmi principalmente sul lato musical.

I primi passi del gruppo, nato nel 1980, sono nell’ambito di un suono industriale ostico e aspro, con strumentazione più “convenzionale” di quella usata da molti dei contemporanei gruppi della scena. Si tratta di un rumorismo cupo e sporco, spesso al limite del fastidio, caratterizzato anche dalla voce acre del primo cantante (morto suicida, se non sbaglio, l’11 dicembre del 1982); il gruppo, a causa di notevoli problemi in patria ma non solo, riesce ad incidere il primo LP omonimo solo nel 1985; altri esempi di questo primo Laibach-sound sono il successivo Nova Akropola (1986), il live Ljubljana – Zagreb – Beograd (stampato nel 1993 e contenente registrazioni di vecchissimi concerti) e Rekapitulacija 1980-1984 (1985), che contiene un compendio delle loro prime registrazioni.

Ben presto si inseriscono, in queste sonorità, ritmi potenti, suoni talvolta classicheggianti e cori baritonali che aggiungono al suono un’aura di marzialità impressionante; nel 1984 viene fondato NSK (“Neue Slovenische Kunst”), un’organizzazione che riunisce gruppi di artisti sperimentali che, nel 1990, prende la forma di entità statale sopranazionale dedicata all’arte in ogni sua forma: NSK si occupa di organizzare grandiosi spettacoli teatrali e mostre in giro per il mondo, le cui colonne sonore i Laibach curano: Krst Pod Triglavom – Baptism (1987) ne è un esempio, e la lunga “suite” industrial-neoclassica di Macbeth (1990) un altro.

Laibach

Laibach, Roma 30/1/2003 (foto di Ankh)

Cresce inoltre il divertimento a fare cover di gruppi famosissimi: su Opus Dei (1987) è contenuta la bellissima cover di “Life is Life”, Let it be (1988) è un intero LP di cover dei Beatles mentre i due EP 12″ Sympathy for the Devil(entrambi del 1989) contengono numerose versioni del brano dei Rolling Stones. Sono cover spesso irriconoscibili rispetto all’originale (sfido chiunque a capire qual è l’originale di “Zrcalo Sveta”), talvolta tradotte in tedesco o in sloveno, e suonate in tipico stile Laibach.

La seconda svolta si ha con Kapital (1992), in cui le ritmiche perdono in marzialità e diventano più veloci, quasi techno-EBM; il successivo NATO (1994), che contiene solo cover di brani sul tema della guerra, conferma questa tendenza; rimane ciononostante l’amore per gli arrangiamenti complessi e le voci corali sia maschili sia femminili, che fanno sì che la loro musica rimanga molto personale e unica nel suo genere. In Jesus Christ Superstars (1996), ad oggi il loro ultimo lavoro, entrano a far parte del suono del gruppo le chitarre in stile rock-metal che trasformano una volta in più il loro stile, avvicinandolo ad un rock più tirato.

Passiamo quindi a parlare del concerto di Roma: credo che sia necessario tenere presente che, insieme a Coil, Einsturzende Neubauten e Test Dept, hanno forgiato i miei gusti musicali in ambito industriale e che, dopo il superbo concerto che i Coil hanno tenuto a Bologna la scorsa primavera, erano anche gli unici del quartetto che non avevo mai visto dal vivo, quindi l’attesa da parte mia era notevole. Appena entrato, ho fatto incetta allo stand (un poster, una spilla, un CD, una maglietta e il libro dell’NSK), mi sono piazzato in prima fila in attesa del concerto; l’inizio era previsto per le 23 in punto, il che mi ha fatto sperare che il concerto sarebbe iniziato presumibilmente prima di mezzanotte.

Infatti, alle 23:20, iniziano a suonare le note del più classico dei valzer viennesi, “Sul bel Danubio blu”, che sembrava decisamente un’introduzione; il dubbio è diventato certezza quando, in sottofondo, i suoni bassi e cupi di una percussione tipicamente “laibachiana” iniziano a farsi sentire. Il valzer viene lasciato suonare per tutta la sua durata, dopo di che escono tre dei quattro musicisti; pochi secondi di silenzio, ed ecco le note iniziali del tormentone anni ’80 “The final countdown”; è facile immaginare che il brano, caratterizzato nella versione live da una chitarra elettrica tirata non presente nella versione in studio, è ben più interessante rispetto all’originale degli Europe.

La lunga introduzione accompagna l’ingresso sul palco del cantante, oggi privo del suo copricapo: il testo inizialmente mi lascia perplesso, ma ben presto mi rendo conto che sta declamando il brevissimo testo di “Cari Amici Soldati” (contenuta nel loro primo album, unico brano in cui presenzia il primo cantante, in quanto registrato nel settembre del 1982): “Cari amici soldati, i tempi della pace sono passati”É che ci sia un riferimento all’attuale situazione internazionale? Il concerto prosegue con “In the Army Now”, “Dogs of War” e “Alle Gegen Alle”, tutte dall’album NATO e suonate in una versione decisamente più rock e tirata di quanto lo fossero le versioni techno-pop del CD. Il cantante si muove su e giù per il palco mantenendo sempre un’impostazione seria e compassata; è dotato di carisma e spesso si diverte a fissare qualcuno nel dritto negli occhi, forse per valutarne la reazione. Fanno da importantissimo contorno i campionamenti delle tastiere e degli arrangiamenti corali femminili, nonché i cori maschili baritonali del bassista e del chitarrista. Segue un brano strumentale che, devo ammettere, non sono riuscito a riconoscere (forse “Mars on River Drina”? Non saprei).

Finisce qui la parentesi NATO, ed inizia l’esecuzione integrale di Jesus Christ Superstars: maestosa, “God is God” (cover dei Juno Reactor, uscita prima che questi la pubblicassero sul loro album) introduce questa seconda parte del concerto con i suoi cori e le sue chitarre tirate, seguita dalla classicissima “Jesus Christ Superstar”, a sua volta ricca di cori e tastiere; più secca ed elettronica, “Kingdom of God” alterna momenti quasi thrash ad atmosfere più solenni e pacate; e poi “Abuse and confession”, “Declaration of freedom” (apparentemente la più apprezzata dai metallari in sala), “Message from the Black star”, “The Cross”; “To the New light” è un caso particolare all’interno dell’ultimo lavoro del gruppo, unico brano dal suono industriale e in cui la chitarra viene utilizzata in maniera “deviata”, emettendo pigolii e altri rumori sghembi; la chiusura spetta a “Deus Ex Machina”, brano lento possente e marziale. Il gruppo esce ma il pubblico non si muove, nella speranza di un bis che non ci sarà…

Anche se a mio giudizio quella era senz’altro la loro collocazione ideale almeno fino al 1990, i Laibach hanno sempre rifiutato l’etichetta “industriale” e, sebbene oggi la loro musica abbia perso molto di quelle sonorità e sia decisamente più vicina al rock classico, ciò non toglie che la loro personalità, da un punto di vista musicale, rimane fortissima e continuano ad essere un punto di riferimento per molti; nel complesso il concerto mi è decisamente piaciuto: il suono era potente e coinvolgente anche se una ventina di minuti in più sarebbe senz’altro stata gradita. Unico rammarico: non aver potuto vedere uno dei loro grandiosi spettacoli del passato, ma la speranza di rivederli in altri momenti e ambiti rimane; magari all’aperto dove, come hanno fatto l’anno scorso a Lipsia, possono esprimersi anche con spettacoli pirotecnici.

Ankh

S. Donà di Piave (VE), Mithos 31/1/2003

Laibach

Laibach, Roma 30/1/2003 (foto di Ankh)

A diversi anni di distanza dal loro ultimo concerto in Italia, i Laibach tornano ad esibirsi nel nostro Paese con ben tre date. La formazione slovena e’ da anni assunta al ruolo di “icona” della scena industrial e cosi’ questo tour ha suscitato grande interesse ed attesa sia tra chi aveva gia’ avuto modo di vederli in passato, sia tra chi non li aveva mai visti. La data a cui ho avuto modo di assistere e’ stata quella di S.Dona’ di Piave, presso il Mithos, bel locale con un palco un po’ piccolo e basso, ma ben strutturato e con un impianto d’areazione funzionante (nota non secondaria, visti certi precedenti in locali simili a camere a gas !!!).

Preceduta da un lungo intro a base di valzer viennesi e tuoni, la band slovena si presenta sul palco in “classico quartetto rock”: voce, chitarra, basso e batteria. Il cantante, figura estremamente magnetica, non indossa il caratteristico copricapo e sembra essere l’unico sopravvissuto della formazione originale (forse anche il bassista puo’ discendere dalle origini del gruppo). L’apertura e’ affidata a “The Final Countdown”, che viene subito accolta con entusiasmo dal numeroso pubblico accorso (300 persone circa), seguita da altri tre brani tratti da Nato: “In the army now”, “Dogs of war” e l’hit “Alle Gegen Alle”. I brani successivi ci portano a quello che, a tutt’oggi, rimane l’ultimo album realizzato dai Laibach, Jesus Christ Superstar. “God is God” e la title track dell’album sono i primi due brani proposti, seguiti da altri pezzi di questo disco, che personalmente, non ho mai apprezzato perche’ troppo contraddistinto da sonorita’ “metal”.

Anche se in fondo era prevedibile che la band slovena non proponesse alcun brano particolarmente datato (la ristampa nei mesi scorsi di Rikapitulacija mi aveva un po’ illuso, lo ammetto) non posso nascondere la mia parziale delusione per aver visto riproposto in fotocopia il concerto di alcuni anni fa (il loro ultimo in Italia, appunto) al Maffia di Reggio Emilia. Per quello che posso ricordare, le due scalette hanno coinciso in maniera pressoche’ totale, fino nei bis, anche questa volta affidati a “Simpathy for the Devil” e “Life is Life”. Il concerto di per se’ non e’ stato brutto, le capacita’ tecniche-musicali dei quattro sloveni, la loro presenza scenica, i bei video proiettati…. tutto ok, mi chiedo ancora una volta pero’, perche’ riproporre lo stesso identico concerto a distanza di anni ? Bisogno di riempire le casse ? Probabile, in fondo il nome “Laibach” ha ancora il suo fascino…… nonostante tutto.

Candyman

Laibach
Laibach, Roma 30/1/2003 (foto di Ankh)

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