Moth’s Tales

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Foto di Rossano Bertolo ©Rossano Bertolo

Dave Grohl dei Foo Fighters afferma che i “Best of” segnano la morte di un gruppo. Beh, non sempre si è così drastici… Il caso di “Three – In sessions” dei Moth’s Tales è paradigmatico: molto più che una pausa di riflessione, o una semplice dichiarazione di ri-partenza. Il terzetto friulano è genuinamente innamorato degli anni ottanta, e la sua spontanea attitudine è confermata da tanta sana consistenza, come attestato da anni spesi a diffondere la propria musica. Nel panorama di fede strettamente underground, non è facile giungere al traguardo del terzo disco di composizioni proprie, e questa raccolta una volta di più rappresenta davvero un ulteriore passo compiuto in avanti. In attesa di sviluppi, essendo già in cantiere un nuovo progetto!

Amici, tre dischi alle spalle, numerosi concerti, non solo in Friuli, ed ora “Three – In sessions”. Un titolo dai diversi significati, visto che ora Moth’s Tales è a tutti gli effetti un terzetto!
Quando abbiamo iniziato a suonare in tre, le canzoni ci venivano più essenziali e dirette, “sfrondate” come fossero degli alberi, forse perché sentivamo il bisogno di sfogare un’energia primitiva, diretta. E così abbiamo pensato a fondere in una le parole “three” e “tree”.
Riassumiamo la vostra discografia, la genesi e le motivazioni di ogni capitolo: principiamo ovviamente dall’esordio, “Decadent truth”.
“Decadent Truth” è stata una scommessa con noi stessi. Eravamo acerbi, la musica era la più delicata che avessimo mai suonato, e cercavamo di andare in giro il più possibile, pur sapendo di non essere spesso compresi. Anche se, pur non facendo punk, comunque ci interessava la reazione del pubblico. Forse ciò che ci spinse in modo decisivo a pubblicare “Decadent Truth” fu proprio l’appoggio e l’apprezzamento di Giuseppe Zigaina (sensibile artista locale, n.d.H.), che ci diede il permesso di usare due sue opere per la copertina dell’album, e la possibilità di suonarlo per intero davanti alla proiezione di una sua collezione, creata ad hoc per l’occasione, con la falena e la morte come temi centrali.
Poi venne “Obstiné”, un ulteriore affinamento del vostro stile, della vostra attitudine schiettamente indipendente.
Alcuni critici al tempo parlavano di un gruppo che andava dritto per la sua strada, convinto del proprio progetto, indipendentemente dalla moda e dal consenso. In un certo senso era vero e “Obstiné”, con la sua villa decaduta e mezza sommersa dall’edera, ha voluto dare forma a queste impressioni. Sentivamo di avere imparato delle cose nuove, e l’arrivo di Miguel Gazziero alla batteria ci permise di trovare una nuova dimensione.
A proposito di “Unknown portrait”, molto ci sarebbe da scrivere… Sicuramente è stata una esperienza importante, anche e non solo per i contenuti. Una etichetta discografica, la partecipazione a compilation, nuovi orizzonti che si potevano aprire.
Il percorso che ci ha portato a pubblicare “Unknown Portrait” per la Nomadism Records è stato naturale: tre brani di “Obstiné” erano stati inseriti dall’etichetta in una compilation alternativa molto ambiziosa (tre cd in tutto) e l’album che ne seguì, l’unico tutt’ora registrato non in presa diretta, fu accolto con recensioni particolarmente positive dalla critica alternativa. Le sonorità e i ritmi si erano fatti più marcati e ruvidi e crediamo sia un buon disco, le canzoni ci davano molti stimoli dal vivo, e ci divertivamo più che in passato. La promozione non fu però dello stesso livello, ed è rimasto quindi un lavoro in sordina.
Ed infine “Three”. Il passato rivisitato, come era anche ovvio, in quanto le vostre esibizioni live hanno davvero inaugurato un corso inedito, nella storia dei Moth’s Tales, e pure la voglia di proporvi ancora, di rompere il silenzio.
Dopo un anno dall’uscita di “Unknown Portrait” avevamo già incominciato a esibirci in trio, anche se le canzoni che potevamo fare non erano molte. Già ai tempi di “Obstiné”, nel 2006, avevamo suonato senza Caterina in un festival che non volevamo mancare. La cosa fu davvero improvvisata e malgrado io cantassi spesso a casa le canzoni per accompagnare la chitarra, non l’avevo mai fatto davanti a un microfono e insieme al volume sonoro di un basso e di una batteria. In pochi attimi mi resi conto di non riuscire a cantarle nel modo che sapevo e venne fuori un risultato che non si discosta molto da come canto adesso.
Da quartetto con voce femminile a trio, con Michele che assume il ruolo del cantante. Suonare ed interpretare non è facile, anche se già ti ci eri cimentato, sopra tutto hai dovuto adattare le canzoni elaborate sul timbro di una ragazza.
All’inizio non fu facile, il mio timbro molto più basso, e il cantare cercando di suonare le linee originali di chitarra rendevano problematica la trasformazione. Ma la voglia di suonare era tanta e le cose vennero praticamente da sole molto presto. Poi scrivemmo due canzoni nuove come trio, e questo ci diede ancora più stimolo.
Siete ancora in contatto con Caterina? Quali sono le sue impressioni riguardo la rielaborazione di brani da lei composti e, se ha avuto modo di ascoltarlo, del nuovo materiale?
Non ci sentiamo molto spesso e non abbiamo avuto occasione di farle ascoltare il nuovo materiale.
Suonate spesso dal vivo, anche in versione acustica. Cosa si prova, quando ci si trova sul palco, di fronte al pubblico, che a volte vi conosce, altre invece vi ascolta per la prima volta?
Condividiamo spesso un’atmosfera intima col nostro pubblico, e ci consideriamo fortunati per questo. Noi ci divertiamo molto a provare, ma è chi ci ascolta e ci segue che dà una forma davvero compiuta alle nostre canzoni. Esse vogliono comunicare, non solo con le parole o le singole note, e la comunicazione ha bisogno di un destinatario disposto a recepirla. Ogni tanto suoniamo in acustico, con Roberto che può passare dal basso al violoncello, anche per mostrare le nostre canzoni come musica ed espressione in sé, slegandole da quel suono e o da quel genere.
Avete aperto anche per insiemi storici del goth/dark rock, che ricordi conservate di quelle esperienze?
Quando abbiamo aperto per i progetti laterali dei Fields Of The Nephilim, alla fine del 2007, ci sentivamo a nostro agio, nonostante fosse un’occasione nuova e avessimo alle spalle pochissimi concerti come trio. Ricordo che i fonici si stupivano di quanto poco tempo impiegassimo a fare il sound-check e che avevamo molta energia da buttar fuori. È stata un’esperienza positiva e Nod Wright è stato davvero simpatico e disponibile con noi.

Proponete da anni ormai, e negli ultimi si è notato un ulteriore adesione al genere, una wave fortemente debitrice dei grandi gruppi degli ottanta, ma non solo, evidenziando le vostre scritture un amore incondizionato pure per acts ingiustamente considerati minori, quali ad esempio i Sad Lovers And Giants. È un esprimere quello che provate, è un sentimento comune a tutti i membri del complesso?
Nascondere le proprie influenze sarebbe ridicolo oltre che poco onesto nei nostri confronti, la nostra affinità con certi umori dei primi anni ottanta è un punto di incontro di noi tre, e allo stesso tempo porta con se le esperienze e gli ascolti di ognuno, che sono piuttosto diversi. Per questo cerchiamo di non legarci troppo al cosiddetto genere nel quale si inserisce la nostra discografia, ma di lasciar crescere le nostre canzoni.
Come nascono i Moth’s Tales, come mai avete deciso di formare un gruppo, di scrivere canzoni vostre?
All’inizio suonavamo molte cover, passaggio obbligato anche per fare insieme, e per conoscerci meglio a vicenda, ma la volontà di comporre musiche originali c’è stata fin dall’inizio.
E che ne pensate delle cover-band, un fenomeno in espansione travolgente che, personalmente, non mi convince troppo…
Tra l’interpretare un brano di un autore che si sente proprio ed essere una cover-band ci passa di mezzo un mare, ma dipende molto anche da come e perché lo fai.
Ed a proposito di wave, il successo planetario di Editors, di White Lies e di altri che più o meno agli ottanta si ispirano, visto cogli occhi di musicisti come voi, corrisponde a vera ispirazione, o trattasi di mero riproponimento, quasi di un esercizio di calligrafia?
Ti dirò che l’universo del cosiddetto post-punk, proprio perché uno stile non immediatamente inquadrabile e vario, ha orizzonti ancora inesplorati. Sentimenti come l’inquietudine e la riflessione sono da sempre, in tutte le arti, gravide di svariate forme di espressione, vuoi per la complessità dell’animo umano e per gli innumerevoli modi in cui si può manifestare.
Come componete i vostri brani, in cosa/chi cercate ispirazione? Come è mutato, se è mutato, il processo compositivo, dopo l’uscita di Caterina dal gruppo?
Con Caterina venivano scritte prima le musiche, poi lei ci costruiva una melodia su un testo già scritto, o nato sul momento. Alcuni dei brani nuovi sono stati scritti con chitarra e voce insieme, altri da improvvisazioni (“Pulled Up”), altri ancora partendo da un giro di basso (“Catch the Blur”) o da un pattern di batteria (“The Fire”).
Che ne pensate di MySpace, o di altri social network? Possono davvero aiutare un gruppo a farsi conoscere?
Sulla carta le cosiddette “reti sociali” hanno un grosso potenziale che non è sempre facile sfruttare per vari motivi. Le vediamo come un valore aggiunto, a patto che ci sia una consistenza e una consapevolezza di fondo. Altrimenti il rischio è quello di somigliarsi un po’ tutti.
State componendo nuovo materiale, un singolo di tre pezzi è già stato pubblicato, dal titolo “Burying Ophelia”, anticipando le tematiche che incentreranno il vostro prossimo, quarto albo. Sarà ancora legato alla decade d’oro della new-wave?
“Burying Ophelia” vuole dare l’idea di cosa i Moth’s Tales sono in grado di fare adesso; è un brano che vuole rompere il ghiaccio e fare da apripista per le nuove canzoni. Abbiamo cercato di aprirci a nuove situazioni e di tenere solo le canzoni che ci convincevano appieno. Speriamo di pubblicarlo al più presto, su CD con un’etichetta che possa darci un supporto adeguato, altrimenti come autoproduzione digitale. Consideriamo il supporto fisico importante, ma i costi sarebbero difficili da affrontare se pensiamo che la registrazione del nuovo album è stata finanziata totalmente da noi.
Inoltre state perfezionando la collaborazione col valente chitarrista Tony Longheu, fautore di uno stile assai diverso dal vostro (prossimo alla lezione di Robert Fripp e sopra tutto di David Torn): è stata una esigenza che sentivate, od il contatto è stato assolutamente casuale?
Noi e Tony Longheu siamo amici da anni e la collaborazione è nata e cresciuta in modo spontaneo e naturale. Tony è come se fosse un fan nel gruppo, e la cosa oltre che a farci divertire ha dato e dà ottimi frutti sia in studio che dal vivo, senza nemmeno programmare tante cose. Lui è una persona schietta, diretta, e suona la chitarra come se non fosse una chitarra, il che dà un’atmosfera “obliqua” alle canzoni, un complemento che non potrebbe dare alle stesso modo un synth, ad esempio. Siamo entusiasti di questa collaborazione.
Lascio a voi, come consuetudine, spazio per le considerazioni finali: sogni, rimpianti, rimorsi…
Rimorsi non ne abbiamo, la necessità più importante per noi in questo momento è poter portare le nostre nuove canzoni davanti ad un nuovo e numeroso pubblico.
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