Beata Beatrix: In the Garden of Ecstasy

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Ver Sacrum E finalmente pare che una casa discografica si sia accorta dei Beata Beatrix, e ovviamente è un’etichetta brasiliana… E dunque, grazie alla Wave Rrecords, ecco qui In the Garden of Ecstasy, 16 brani (compresa qualche demo version) pienamente rappresentativi della ricerca sonora della band toscana. Vi ritroviamo intatto e forse ancora più filtrato e raffinato tutto quel mix, imprevedibile e bizzarro, di suono goth rock britannico anni ’80, ebm tedesca ed influssi dark wave (e varie ed eventuali) che ci avevano colpito nei mini cd precedenti. E indubbiamente, il polo di attrazione dell’intero lavoro è la straordinaria performance vocale di Hatria, che attira a sé con forza inesorabile ogni singolo brano (sembra di capire che gli arrangiamenti si avvolgano tutti intorno alla linea della melodia vocale). “The Water” è un intro dark, oscuro e febbrile. Con “Waiting the Moon” siamo invece dalle parti di sonorità elettroniche melodiche e leggere, ai limiti del pop. La title track, invece ci regala suoni più apertamente ebm e adrenalinici, ma arricchiti in filigrana dalla partitura vocale, impeccabile “A prayer”, invece, ci riporta in territori romantici e malinconici, ed Hatria è capace di evocare(così come lo aveva fatto al primo ascolto in Delirium and Love), dalla memoria degli anni ’80, addirittura la presenza di Kate Bush e Sinead O’Connor (e scusate se è poco). Sempre splendida “My Little Elisabeth”, che considero ancora forse il brano più personale e rappresentativo dei Beata Beatrix, con le sue sonorità gothic intrise di reminiscenze storiche ma perfettamente inserite nell’attualità (e Hatria da brivido, ancora). “Senti”, uno dei due brani in italiano presenti nell’album (insieme ad “Il Tempio delle rose”, che ancora sorprende con il suo crescendo dall’etereo verso ritmiche strepitosamente energetiche) ci riporta invece verso territori più genuinamente ebm, ma la parte vocale ne è davvero il valore aggiunto. Se un po’ perplessi ci lascia invece “In art studio”, forse un po’ troppo “easy” (il cantato di Hatria, qui, ricorda quello di Elisa), ma niente paura ché “Fetish inside” ci riporta subito in maniera ironica e scoppiettante verso territori elettronici con forti accenti eighties. Bellissima “Love must die”, dove gli echi del post punk più tribale ed energetico (che chitarre!) difficilmente vi permetteranno di rimanere fermi al vostro posto. “My mother is like a stereo” rimane quel capolavoro ibrido, libero e virtuosistico, che ci aveva colpiti in Malinconica Autunno, sberleffo caustico su un tema dolorosissimo. Con “Delirium and Love”, poi, i Beata Beatrix sembra vogliano ricordarci che comunque il goth rock loro lo sanno ancora suonare, eccome, e ribadiscono il concetto con “They crucified my woe”, virando verso lidi un po’ più metal Chiudono le danze gli arpeggi eterei e tristi dell’outro “The Death”, simmetrica a “The Water”. Che bravi, i Beata Beatrix.

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