Univers Zero: Clivages

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Gli UZ compongono musica solenne, maestosa, intrigante, cupissima. Assolutamente dark, nell’accezione più genuina e colta del termine. Dal 1974, annoverati prima tra i cinque fondatori del cosiddetto RIO (Rock-In-Opposition, movimento che coalizzava una schiera di ensemble europei nella proposta di sonorità decisamente anti-commerciali, dichiaratamente di rottura ed alternative), poi ispiratori di diecine di artisti open-minded (leggasi fra gli altri Godspeed You! Black Emperor, Tortoise, Kaio Dot ed in generale l’intiera e complessa galassia del post-rock), Daniel Denis, Roger Trigaux (che nel 1979 abbandonò UZ per fondare i Present), Andy Kirk, Michel Berkmans e tutti coloro che hanno gravitato attorno alla prestigiosa sigla hanno sviluppato un particolareggiato gusto per il lugubre traslitterando in note un alfabeto macabro ed ermetico, compilando titoli memorabili quali l’omonimo “Univers Zero” (1977), “UZED” (1984), “Crawling wind” (il mio primo disco UZ, originale del 1983, io lo scoprii in grazia d’una ristampa del 2001, sempre a cura di Cuneiform Records), ma anche quelli post-pausa (silenzio dal 1987 al 1999, anno di pubblicazione dell’ottimo “The hard quest”); nessuno come loro ha saputo rendere appieno il senso di incubica angoscia che traspare dai più riusciti componimenti lovecraftiani, miscelando con dovizia senso di atavica paura per la Morte e la Dissoluzione e grandeur espositiva. Scricchiolar d’ossa, sfilacciamento di tendini, torture fisiche e psichiche evocate dal lamento del violino, coi bassi che percuotono muscoli e torace, eppoi strumenti classici o semplicemente inusuali per un fruitore di musica rock, ma perfettamente calati in un contesto che richiama la polvere che ammanta il povero mobilio della sacrestia d’una chiesetta di campagna, teatro di efferate violenze taciute nel nome della rispettabilità e della quiete d’una comunità dalla coscienza marcita (memorabile l’uso che Philippe Thuriot fa dell’accordion in “Les Kobolds” ed in “Les cercles d’Horus”). Questo ed altro ancora è Clivages: “Warrior” evoca legioni di spaventevoli Cavalieri paludati di mantelli e di drappi ricavati dalla pelle delle vittime delle loro razzie o Divinità inebetite dalla crudeltà provenienti da altri Mondi, le porte di accesso ai quali solo loro conoscono e sanno spalancare alla bisogna, quando la brama di sangue e di violenza non può esser più placata, “Earth scream” ridefinisce le coordinate del dark-ambient (cultori del genere, fate vostro Clivages ed ascoltate questo pezzo, Marcia Funebre dell’Umanità morente per sua istessa mano), “Soubresants” ed “Apesanteur” potrebbero musicare il solo apparentemente tranquillo viaggio d’un treno verso la sua… od un lieto meriggio di festa pronto a trasformarsi in tragedia, “Straight edge” alterna gioia (apparente?) a pause di riflessione snervanti indotte dalla suggestione. E’ il senso di sospensione, la sensazione subdola di quello che potrebbe accadere (o che sicuramente accadrà, quando è solo questione di tempo) a rendere definitivamente GRANDE la musica di Daniel Denis ed accoliti: a nessuno di noi è nota la sua fine… Non a caso la rivista Keyboard definì quella degli UZ chamber music for the Apocalypse, perché è quello che si sta compiendo dinanzi a voi, se solo avrete il coraggio di aprire gli occhi…

Per informazioni: www.myspace.com/universzero
Web: http://www.cuneiformrecords.com
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