Bloody Mary

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Fresco di stampa Party music for graveyards, secondo album per la ciurma dei Bloody Mary, frutto di un ambizioso ed impegnativo processo creativo che fa della narrazione la colonna sonora della musica, protagonista del disco in una sorta di ribaltamento della comune nozione di concept album. Approfondiamo l’interessante argomentazione con Aldebran e soci.

© www.bloody.it

Party music for graveyards è caratterizzato da un vero e proprio racconto che ne fa da sfondo lirico. Come si è sviluppato il processo compositivo dell’album, prima sono venute le parole e poi la musica o viceversa?
Aldebran: Prima sono venuti i sogni. Il Novecento è stato per noi un secolo assurdo, tragico, epico, bellissimo e terrificante. Noi abbiamo interiorizzato e rivissuto tutto questo patrimonio nel film che abbiamo visto, nei nostri viaggi, nelle nostre menti e nelle nostre anime. E’ uscito fuori da qui, da noi, dalla nostra interiorità. Ad un tratto c’era questo immaginario che entrava nei nostri discorsi, che ci perseguitava in sala prove, nelle nostre serate… abbiamo dovuto espellerlo, estrarlo da noi per oggettivarlo, per renderlo arte, altrimenti ci avrebbe perseguitato per sempre…

La storia è assai particolare ed intrigante, vi siete ispirati a qualche opera, romanzo, autore in particolare, o è tutto frutto della vostra fantasia?
Aldebran: Chiaramente ci sono riferimenti che vanno da Mary Shelley a Frankenstein JR, da Horace Walpole a Dante… ma la cosa che a caratterizzato di più questo disco è la storia di Giovanni Aldini, proto-scienziato italiano a cui Mary Shelley si è ispirata. Abbiamo visto in lui un precursore, un’anima maledetta che anticipava in qualche modo il topos dello scienziato resuscitatore, ma ne abbiamo colto gli elementi embrionali, le ossessioni e l’umanità

Un concetto così profondo ed articolato vi distingue nettamente anche dal punto di vista dei testi dagli altri gruppi del settore, è un (riuscito) tentativo di differenziarvi dalla massa di band-tutte-eguali che narrano solo di sospiri di adolescenti, vampiri e cuori spezzati?
Juerghen: Quando abbiamo lavorato a questo disco non abbiamo pensato alle altre band. Noi non lavoriamo pensando agli altri ma tiriamo fuori ciò che sentiamo come impellente, come urgenza creativa.

Veniamo all’aspetto prettamente sonoro: si nota sicuramente una crescita notevole sia nella composizione che nella esecuzione; considerati gli ottimi responsi ottenuti da Blood’n’roll, che reazioni vi attendete da parte di pubblico e stampa?
Aldebran: Fino ad adesso stiamo riscontrando una grande risposta da parte della critica, speriamo che anche il pubblico gradisca questo lavoro. Per noi però la cosa importante è riuscire a suscitare sentimenti in chi lo ascolta. Speriamo di poter essere dei traghettatori e di permettere agli ascoltatori di poter provare le loro sensazioni. Vorremmo essere una chiave che apra il tesoro nascosto in ogni ascoltatore, i suoi sogni, la sua fantasia.

Rispetto all’appena citato esordio vi sono da rimarcare dei mutamenti nella formazione, chi sono i nuovi entrati, quali le loro esperienze e come sono calati nella loro nuova parte di membri di un gruppo nei confronti del quale tante aspettative si nutrono?
Aldebran: In realtà c’è stato solo un cambio, La Rouge è stato sostituito da Gavin, in quanto dopo un viaggio alla ricerca di alcune cose, il suo percorso si è naturalmente diviso dal nostro. Gavin ci ha portato entusiasmo, rabbia e freschezza.

Fra i miei brani preferiti, cito senza tema “The right way”, caratterizzato da una struttura armoniosa, diverso dall’impatto frontale di altri episodi quali ad esempio il goth tout-court di “Before you fade”. Un caso isolato ovvero v’è la possibilità che in futuro questo approccio venga maggiormente sviscerato?
La Mountain: Quello che presenteremo con il prossimo disco, al quale contribuirò maggiormente dal punto di vista compositivo, come è stato per il primo Blood ‘n Roll, sarà qualcosa di ancora diverso. Abbiamo decine di canzoni in embrione, in un vaso sotto formalina e ci piace sperimentare e dare una continuità sia all’interno dello stesso album sia rispetto ai lavori passati e che verranno. Preferiamo non svelare troppo per il momento.

La triade iniziale “Velvet”, “Better way” e “Sobibor” è davvero tramortente nel suo incedere serrato, quale significato assumono questi brani nel contesto della storia?
Aldebran: Come ben sai la narratologia ci insegna che ogni storia comincia con una situazione di equilibrio, che poi viene turbata da eventi eccezionali o comunque traumatici, pensa all’inizio delle Affinità elettive di Goethe, la vita della villa, la coppia che passa il suo tempo nelle occupazioni domestiche e nella contemplazione di una natura amica. Nel caso della nostra storia entriamo “ex abrupto” nella vicenda dello scienziato che è già sconvolto dalla perdita dell’amata. Lei vivrà all’interno della nostra storia ma solo con l’espediente del flashback, solo nei suoi ricordi. L’album si apre sotto il segno di una privazione e delle sue burrascose conseguenze sull’animo dell’amante.

Come mai avete inserito la cover di “Pet semetary”, già presente sull’EP Dig up for the party?
Juerghen: Perchè oltre ad essere un grande pezzo che amiamo e suonato da una delle band più geniali degli ultimi decenni, crediamo che rispecchi perfettamente le atmosfere del disco e della nostra storia. In particolare riteniamo che il video rappresenti uno dei picchi di quest’arte imperfetta e spuria, che si barcamena tra il film e la canzone. Gli effetti speciali e i trucchi da baraccone, vai a rivedere il video di “Pet…” e scoprirai la purezza, la verità, l’amore che c’è in una grande canzone.

Avete già scelto un pezzo che potrebbe far da potenziale singolo (a me piace davvero la HIM-esque “Somebody to love”)?
Aldebran: Ci sarà un doppio singolo questa volta, “Gettin’ older” e “Better Down”. Per noi sinceramente è molto difficile scegliere un singolo brano, la forma singolo è qualcosa che difficilmente si concilia con la nostra sensibilità, tuttavia come ben sai il mercato ha le sue regole e le sue esigenze che noi rispettiamo. In tanti ci stanno chiedendo un singolo per esempio per metterlo nelle discoteche… Bene, è giusto che lo abbiano.

In “Gettin’ older” si nota un moderato uso dell’elettronica che la accosta alla produzione di Deathstars e di Zeromancer. Quale è il vostro parere circa l’utilizzo di sintetizzatori e tastiere in questo genere solo apparentemente rigido, in realtà aperto a contaminazioni?
Aldebran: In PMFG ogni cosa è stata messa per un preciso scopo narrativo. L’elettronica è stata messa perchè rappresenta lo strumento che lo scienziato usa per ridare vita alla sua amata. Abbiamo usato il theremin ad esempio perchè ricorda le atmosfere di certi film dell’orrore e di fantascienza che ci hanno molto influenzato. Inoltre per noi è la vera e propria voce dell’elettricità, è lo strumento che ci permette di darle voce come forza creatrice ma anche tremenda e distruttrice, religiosa quindi. Pensa ad un fulmine, strumento divino per eccellenza, strumento del demiurgo nelle società tradizionali. Bene, per noi quel fulmine ha il suono del theremin, e noi lo amiamo.

Chiudono “Deathly gone” e “The reason”, riesce infine lo sventurato scienziato nel suo folle disegno?
Juerghen: Assolutamente no! L’arte può avere successo sul destino? Il folle voleva l’ideale, voleva il cervello perfetto, voleva animare l’idea, e renderla vera. Si ritroverà in mezzo ad una massa di carne inerte. Solo ed in miseria.

La produzione è assai potente, nitida e curata, permettendo di apprezzare appieno il gran lavoro svolto dalla sezione ritmica e dalle chitarre, quanto pesa questa componente nella riuscita di un disco?
Aldebran: Molto perchè ci permette di comunicare al meglio ciò che veramente vogliamo esprimere. Vorremmo fare in modo che ciò che vogliamo trasmettere sia il più nitido possibile per trasmettere l’idea che avevamo all’ascoltatore. Se potessimo canteremmo direttamente nelle orecchie degli ascoltatori. Dal momento che viviamo nell’epoca dei media e questo non è possibile, almeno curiamo in maniera maniacale la produzione. E’ il minimo che possiamo fare.

Di chi è l’idea base dell’artwork vagamente burtoniano che illustra Party music for graveyards?
Aldebran: Nostra. Poi Marco Hassmann, disegnatore della Disney ha brillantemente tramutato in quadro la nostra visione totale del concept

Quali sono le formazioni italiane con le quali riscontrate le maggiori affinità, sia musicali che attitudinali?
Aldebran: Sinceramente non riusciamo a darti una risposta, siamo più legati all’opera del tardo ottocento. Ognuno di noi comunque ha un diverso background ed apporta il suo contributo all’interno della band.

Incidete per la Valery Records, una etichetta che vanta nel proprio roster band assai interessanti, anche di estrazione diversa (Myland, Timecut, Arcadia solo per citarne alcune), come siete entrati in contatto con questa label e come sta progredendo il vostro rapporto?
Juerghen: La Valery è una grande label e Nicky Lou Rosh per noi è una sorta di guru, un vero rocker ed un grande produttore. Inoltre è per noi un amico fraterno!

Avete maturato una più che discreta esperienza live, suonando sovente oltre confine. Quali sono le differenze più rilevanti, in Italia rispetto all’estero, nell’organizzazione, nelle location e nel pubblico che potete riscontrare proprio in virtù dei vostri trascorsi sul palco?
La Mountain: L’organizzazione degli addetti ai lavori è estremamente professionale, non conta che tu suoni in una band chiamata U2 o Bloody Mary, ti trattano allo stesso modo. Questo ci ha molto colpiti.

Chi sono i Bloody Mary nella vita quotidiana?
Aldebran: Ciò che vedi sul palco, non possiamo scindere la nostra vita artistica da quella quotidiana, questo è un lusso che non c’è stato concesso.

Vi ritenete appagati da Party music for graveyards, o lo considerate solo un ulteriore passo nella vostra carriera di musicisti?
Aldebran: PMFG è esattamente ciò che volevamo che fosse. Ogni singola onda sonora, ogni singolo pixel, ogni singolo verso dei testi è esattamente ciò che era nella nostra testa. Ne siamo totalmente soddisfatti.

Si può, nella nostra Italia, vivere solo della propria arte?
Aldebran: Noi viviamo della nostra arte in quanto la nostra arte è motivo stesso della nostra esistenza. Per quanto riguardo il lato economico non è cosa che ci interessi…

A voi le considerazioni finali sul presente, sul futuro e, sopra tutto, un parere circa la rinnovata veste grafica di Ver Sacrum (questa dovevo ficcarla per forza…)!
Seguiamo Ver Sacrum da tanti anni e la riteniamo una delle più autorevoli voci nel panorama italiano. Apprezziamo moltissimo la nuova veste grafica. E’ anche grazie a realtà come la vostra che la musica che facciamo può continuare a vivere. Sic gorgiamus allos subjectatus nunc.

Sito web: www.bloody.it

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