Twin Shadow: Forget

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Il nome Twin Shadow definisce il progetto voluto dal dominicano George Lewis Jr e costituito peraltro al 90% da lui stesso. Frontman, in passato, della band americana Mad Man Films, classificabile come indie, ma di quell’indie che “pesta” parecchio, oggi manifesta un’inattesa vena malinconica e sognante, una sensibilità meditativa insieme ad una disposizione accattivante. Il risultato è un’atmosfera pacata e umbratile, punteggiata qua e là da eccitanti sprazzi di ritmo. Tutto ciò fa dell’opera prima di Twin Shadow un disco ben più che ascoltabile, di certo interessante.
Insediatosi a New York, da cui sono notoriamente passati più o meno tutti i generi musicali, il nostro G. Lewis Jr non sembra influenzato dalla vivacità della metropoli: nel suo myspace troviamo piuttosto una visione di Brookyn grigia, stranamente silenziosa e notturna. E’ qui dunque che sono state concepite le 11 tracks di questo album, che sarebbe davvero riduttivo archiviare come ennesima operazione nostalgia. Di certo, Forget ha la capacità di trasportarci indietro di un ventennio, restituendoci le sonorità della New Wave più lieve e romantica, intrisa di dolce malinconia. Gli elementi ci sono tutti: testi intimisti e poetici, synth a volontà e quel modo di usare le percussioni così tipico di un periodo musicale tanto amato da alcuni di noi. La voce particolare, che molti hanno paragonato a quella di Morrissey e che in effetti la ricorda in alcuni pezzi, conferisce al tutto una sfumatura di calda sensualità e pone questo prodotto “vintage” nettamente al di sopra di analoghe operazioni che abbiamo visto in questi ultimi anni: non la solita imitazione dei Joy Division, ma qui e là echi di Modern English, dei Japan, forse persino di Comsat Angels, con i loro suoni un po’ alieni. Si tratta, appunto, di echi, ma in nessun caso si percepisce una scandalosa ripetizione: Twin Shadow fa ampio riferimento a questa eredità, rinverdendola e rivedendola con un tocco più moderno e personale, che molto deve certamente alla produzione di Chris Taylor dei Grizzly Bear. Reinterpretazione dunque del filone in un certo senso più inglese con risultati di rilevante originalità… una piacevole sorpresa e un riuscito tentativo di dimostrare che la New Wave di oggi può non essere semplice recupero ma tradursi anche in suoni nuovi.
Ecco allora pezzi lievi (ma non leggeri) e onirici come “Castles in the snow”, canzoni invece di una malinconia quasi disperata (“Tyrant destroyed”) o deliziosamente pop, con un ritmo solo ingannevolmente danzereccio, come “For now”, poi ancora la delicata e raffinata “Forget”,  il ritmo trascinante di “Shooting Holes At The Moon” e così via…Ogni pezzo si mantiene, a mio avviso,ad un certo livello. L’album merita di essere ascoltato per intero, forse anche più di una volta, proprio per apprezzarne i dettagli e la cura estrema della produzione.
G.Lewis non ha fatto mistero delle sue intenzioni, dichiarando in un’intervista che lo scopo che si prefigge è quello di arricchirsi grazie alla sua musica: vista la qualità del suo lavoro glielo si può tutto sommato augurare.

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