Darkwater: Where stories end

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Grandi erano le aspettative che riponevo nell’atteso come-back degli scandinavi Darkwater, essendo il loro debut “Calling the earth to witness” uno dei dischi dark-prog-metal da me prediletti. Ulteriori credenziali fornite dalla coppia Frederik Nordstroem/Henrik Udd al mixing/mastering (In Flames e Dimmu Borgir fra i loro clienti) e l’ingresso in formazione dell’ex Pain Of Salvation Simon Andersson al basso avevano contribuito a far lievitare la mia impazienza, ma… Non che Where stories end sia un brutto platter, tutt’altro, la fama consolidata in questi anni è meritata, poggiando le fondamenta su qualità compositive/esecutive indiscutibili, ed il tasso di classe del quintetto è aumentato esponenzialmente, è che fra i solchi di queste nove song di dark ve n’è poco, o nulla. Sottraiamo la componente afferente ai grandi Evergrey, aumentiamo le parti di Dream Theater prima maniera, ed ecco episodi quali “Breathe” e “Fields of sorrow”, con titoli che magari fuorviano (“Walls of deception” o “Queen of the night”), ove è il teatro del sogno di “Awake” e di “Images and words” ad imprimere il proprio caratteristico marchio (e, perché no, pure del debut dei novayorchesi, “When dream and day unite”), con la melodia a caratterizzare episodi comunque vincenti, e la perizia tecnica messa al servizio della canzone, non succube dell’ego di ciascun musico. Where stories end rimane comunque un gran bel ciddì, che soddisferà i cultori del prog-metal, ed i Darkwater rimangono comunque uno dei miei gruppi preferiti… Ora però mi riascolto “Calling…”.

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