“Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti”: la vita, la morte e la paura del futuro

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Chi ha detto che un film debba raccontare necessariamente una storia con un inizio, uno svolgimento e una fine? Non potrebbe la storia rimanere uno sfondo sul quale emergono sensazioni, immagini, colori, pensieri? Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti è la dimostrazione di come questo possa essere efficacemente realizzato. Sarà forse perché il film è opera del cineasta asiatico Apichatpong Weerasethakul e presumibilmente la mentalità, la spiritualità e il modo di rapportarsi al reale tipici di quei paesi sono profondamente diversi da quelli occidentali. Sarà anche perché il suddetto cineasta, come abbiamo letto dappertutto, rimpiange esplicitamente la cultura e il passato del suo popolo, di cui è conoscitore, e dice di credere, fra l’altro, nella trasmigrazione dell’anima…tutte idee che non potrebbero essere più estranee alla nostra coscienza paralizzata dalla ‘normalità’ e che sul piano puramente astratto non stimolerebbero di certo la nostra fantasia, abituata a tutt’altro. Ma dove la nostra formazione e la nostra sensibilità, troppo lontane da quei mondi, non possono contribuire a farci entrare nell’anima di questo film, solo la fantasia può soccorrerci e con il suo potere riempire di senso quelle immagini che resterebbero altrimenti distanti e prive di significato. Possiamo dunque spiegarci come mai quest’opera  abbia trovato l’apprezzamento del grande Tim Burton, che nell’immaginario si trova certo a suo agio.

Sarà bene evidenziare che le vite precedenti dello zio Boonmee, menzionate nel titolo, rimangono solo un’indicazione generica, in quanto la vicenda di questo signore, un inoffensivo agricoltore minato nel fisico da una grave malattia, non include propriamente delle reincarnazioni. E’ vero però che il suo passato è destinato a ripresentarsi allorchè, nel corso della visita di alcuni parenti consapevoli del suo stato di salute, appaiono all’improvviso la moglie e il figlio, entrambi defunti da tempo. I due non giungono in veste di fantasmi, la loro presenza è sin troppo reale: la prima siede a tavola con gli altri e resta poi ad accudire il marito, esattamente come farebbe se fosse in vita; l’altro ha il sorprendente aspetto di uno scimmione essendosi accoppiato, come apprendiamo da lui stesso, con una delle creature animalesche che popolano la foresta intorno. Come non chiedersi allora quale sia la differenza fra la vita e la morte, visto che i defunti possono continuare a muoversi tra i vivi ed esistere al loro fianco. La morte è certo un’idea inquietante in tutte le culture del mondo: ma la serenità con la quale le persone che ha amato si muovono, seppur decedute, intorno allo zio Boonmee e il modo pacato con cui egli e gli altri accanto a lui accettano la loro presenza/non presenza ci fa sorprendere e nel contempo riflettere. Nessun episodio eclatante o colpo di scena interviene a variare questa pacatezza: la storia va avanti su binari lenti e malinconici, strappando qua e là qualche sorriso, con tempi che ovviamente non sono i nostri e che di certo sono risultati esasperanti per molti spettatori.

Tutt’intorno allo zio morente e alla sua azienda agricola domina una natura che è ben più che vivente, è presente come una persona, così forte e pulsante, con colori così unici e così diversi da quelli che conosciamo che talvolta pare balzar fuori dallo schermo. Essa è ‘animata’ da misteriose creature che non è proprio definire fantastiche, perché la loro esistenza è parte concreta di quell’ambiente in cui tutto ha uno spessore, si muove, risuona e respira… le foglie non sono semplicemente foglie e lo stesso può dirsi per i rami, la terra e gli animali agricoli. L’essere umano – zio Boonmee in quanto tale – è collocato in questo straordinario contesto con il quale interagisce e dal quale riceve una costante influenza: ecco dunque come la magia, il sovrannaturale, entrano nella vita e la pervadono; ecco perché è impossibile ricostruire una trama rigorosamente logica e tante immagini sembra non abbiano alcuna spiegazione; interi episodi come quello della principessa amata dal suo valletto/pesce, paiono piovuti dal cielo in mezzo a quella foresta ove accade così tanto che non si arriva più a distinguere fra reale e visionario.

Lo zio Boonmee deve morire e lo sa. Insieme ai suoi cari intraprende un lungo e faticoso viaggio attraverso questa natura incredibile per raggiungere una grotta che per lui ha un significato particolare: la sua vita deve concludersi lì dove è iniziata. Accompagnata da una serie di immagini fotografiche che rappresentano scene di violenza militare avvenute – o che avverranno – in quei luoghi, la fine giunge, puntuale. Non è una sorpresa, né alcuno pare dolersene in modo particolare, vista la dimestichezza con i ‘cari estinti’. Non si fa in tempo a recepire poche bizzarre immagini di un coloratissimo funerale che subito si ritrovano la cognata ed il nipote del defunto Boonmee lontani dalla campagna, in ambiente cittadino. E’ nel finale l’apice surrealista del film: resteranno i due chiusi nella loro stanza a fissare inutilmente lo schermo televisivo o si trasferiranno in un rumorosissimo locale in cui non potranno nemmeno udire le loro voci? Entrambe le prospettive appaiono negative, per cui a quale scopo appurare quale delle due sia reale e se si tratti di uno sdoppiamento o di uno sfasamento di piani temporali? Dopo la poesia, la bellezza e la fantasia, che appartengono purtroppo al passato questa chiusura pessimista sembra alludere ad un futuro fosco, il quale non lascia, ahimé, presagire nulla di buono.

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