“Kill Me Please” di Olias Barco: il bello del suicidio

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Kill me pleaseConsiderato quasi all’unanimità un film umoristico, Kill me please appare piuttosto come una specie di ibrido, quasi una via di mezzo tra il dramma e la farsa. Il risultato di questa sintesi è, se non totalmente riuscito, di certo ‘intrigante’.

Il tema dell’opera, l’idea, cioè, che qualora l’individuo sia fermamente deciso a porre fine ai propri giorni, possa esistere qualcuno, addirittura una struttura medica, che lo aiuta e lo assiste nel trapasso è inquietante e, al tempo stesso, difficile da gestire vista la mentalità prevalente: abbiamo sì o no un incondizionato diritto a morire?

Trattare seriamente un argomento del genere avrebbe probabilmente richiesto un impegno in riflessione e profondità non alla portata di qualunque regista. Ma Olias Barco opta per una scelta diversa: affronta la tematica in chiave umoristica e la riflette nello specchio deformante del surreale, suscitando effetti molto diversi da quelli del classico umorismo inglese o del grottesco alla Mel Brooks. Ecco che, sullo sfondo di un paesaggio montano tipicamente svizzero – e magari  in Svizzera esistono davvero ‘cliniche’ del genere –  sfila una galleria di personaggi che sarebbe semplicistico definire ‘anormali’; ognuno di loro ha ragioni validissime per desiderare di morire: un depresso con fantasie belliche, una giovanissima afflitta da una grave malattia, un eccentrico che simula il cancro, una cantante lirica che ha perso la voce e via dicendo. Il direttore dell’istituto, che rappresenta la razionalità pseudoscientifica su sui si fonda l’idea della ‘clinica’, intende mantenere il decoro del luogo, dispensando consigli e spiegazioni a coloro che invocano il fatidico ‘bicchiere d’acqua’ grazie al quale potranno lasciare questo mondo. Se da un lato egli cerca di dissuadere gli aspiranti suicidi, dall’altro si dà un gran daffare per esaudire i più bizzarri ‘ultimi desideri’ che gli vengono proposti dagli ospiti: del resto le ricche donazioni effettuate a favore della struttura devono pur avere una qualche giustificazione!

La prima parte del film si muove così su questo registro dark-umoristico: le battute si susseguono rasentando talvolta l’assurdo e in effetti spesso è impossibile trattenere l’ilarità; onestamente, però, non si può parlare di autentico divertimento: si tratta della classica ‘risata a denti stretti’, talmente priva di leggerezza da provocare piuttosto un intimo e serpeggiante malessere. La sensazione è accentuata dall’ambientazione della storia: la ‘clinica’ ove tutto ha luogo è collocata in una specie di grande villa isolata, distante dal centro abitato e circondata da boschi costantemente innevati. Il bianco e nero – che si vocifera sia stato scelto per motivi di budget – ha una livida tonalità bluastra e conferisce al paesaggio una malinconia desolata. La natura, suggestiva quanto deprimente, fa così da sfondo incolore – a tratti ostile – a questo aggregato di individui ‘malati’, lasciati in balia dei propri fantasmi.

Ma la seconda parte della pellicola sembra cambiare improvvisamente stile: una volta che abbiamo ben compreso i personaggi e le loro problematiche, essi sembrano diventare quasi autonomi rispetto alla cornice della storia e girare all’impazzata e senza controllo, come marionette che si sono ribellate al loro animatore. La violenza e il dramma aumentano a dismisura a scapito delle battute di spirito, la tragedia è dietro l’angolo e coinvolgerà tutti, malati e sani, aspiranti suicidi o redenti, non ultimo l’asettico razionalista. Qual è, dunque, la riflessione immediata di fronte a questo convulso e tragico frantumarsi di ogni logica? Quella banale, che la morte non si può controllare in nessun modo, nemmeno andandole incontro? O che forse lo stato d’animo di ogni persona davanti alla fine è troppo particolare ed imprevedibile per poter essere in qualche modo razionalizzato o ‘pilotato’? La questione della ‘liceità’ o meno del suicidio passa quasi in secondo piano – dimostrando che forse non era quello il nucleo tematico del film – rispetto al dilagare di interrogativi sulla morte in generale e sul suo significato sociale, sullo smarrimento dell’uomo di fronte al mistero finale e anche, in fondo, sull’attaccamento alla vita che, malgrado tutto, ha un peso inevitabile.

La maggioranza degli interpreti del film regge la parte in modo straordinario; una menzione particolare merita la brillante Zazie de Paris nel ruolo della cantante lirica, che tra l’altro contribuisce all’atmosfera ormai ‘decadente’ del finale con una delle scene più paradossali e, al tempo stesso, più tragiche.

In un’intervista in occasione della premiazione di Kill me please all’ultimo Festival di Roma il regista aveva parlato di un film ‘punk’. La sorpresa piacevole è che un’opera ‘punk’ abbia potuto essere apprezzata e, di conseguenza, premiata in una manifestazione del genere.

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