“Hereafter” di Clint Eastwood: quella domanda cui nessuno può rispondere

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HereafterForse c’è poco da dire su Hereafter che non sia stato già espresso, in varie sedi, da voci ben più autorevoli. Ma non so resistere alla tentazione di dire la mia anche a questo proposito, se non altro per schierarmi a fianco di chi ha apprezzato quest’opera bella e poetica. Clint Eastwood, di cui come artista penso tutto il bene possibile, dimostra a mio avviso in quasi tutti i suoi film una conoscenza profonda e intelligente dell’anima, trattandone gli aspetti più intimi e delicati con gentilezza e rispetto. Da questa sua capacità sono nate le storie e i personaggi che più ci hanno emozionato, un esempio per tutti il bellissimo Gran Torino del 2009.

Qui, per la prima volta, egli tratta il tema del rapporto dell’uomo con la morte e con quanto forse esiste dopo di essa, in modo originale, quasi imprevedibile. Lasciandosi alle spalle le moderne folle di zombies e succhiatori di sangue assortiti, egli si avvicina all’idea del sovrannaturale con un atteggiamento sobrio e introspettivo, senza fornire indicazioni o certezze, forse solo speranze: perché è umano pensare alla morte e a cosa ci attende, è ovvio temere di separarci da chi ci è caro o sognare dopo di poterlo in qualche modo ritrovare, è auspicabile se non vincere, almeno superare il dolore.

Chi si è già avventurato a vedere il film, uscito ormai da oltre un mese, sa che esso segue la storia di tre personaggi che non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro, le cui vite neanche si sfiorano. Ognuno di loro vive una personalissima esperienza con la morte: Marie incidentalmente quasi la trova, George ci convive, essendo un sensitivo in grado di percepire gli spiriti dei defunti, Marcus ha sperimentato, per quanto giovanissimo, la dolorosissima perdita del fratello gemello e si rifiuta di considerare tale perdita come definitiva.

Marie sente che con la morte la vita in qualche modo non finisce: lei stessa pensa di averne sperimentato lo stato, sia pure solo per pochi istanti, e ritiene che l’esperienza le abbia lasciato una traccia indelebile. Per quanto circondata da una generale ostilità, non smette di porsi – e porre – delle domande.

George sente invece fin troppo l’ingombrante presenza della morte e vorrebbe liberarsene. Il dono di poter entrare in contatto con l’aldilà non è mai stato, per lui, realmente un dono, per quanto lo abbia reso molto ricercato da tutti coloro che sperano di poter ritrovare, grazie a lui, una temporanea vicinanza dei loro affetti perduti.

Marcus è stato privato di suo fratello, ma lo rivuole indietro. La sua breve vita è stata fin troppo ricca di sofferenza e lui è soltanto un bambino: per questo non può accettare che Jason non debba tornare.

Storie semplici, di persone ‘normali’: tutti possiamo aver vissuto perdite o possiamo magari aver rischiato, una volta, di morire; non molti di noi, certo, sono sensitivi, ma qualcuno occasionalmente può aver creduto di saper entrare in contatto con una persona di cui sente la mancanza. Le tre vicende si snodano in modo lineare, senza mai cedere al patetico – e viste le prove cui i protagonisti sono sottoposti sarebbe stato facile cadervi – e supportate da un atteggiamento decisamente ‘laico’.

Non si esce infatti dalla visione di Hereafter con una risposta. Ovviamente Eastwood non può conoscere quanto accade al di là del confine con l’‘ombra’, se vi sia una qualche vita oppure oscurità priva di sensazioni, né intende lanciare un messaggio. Si limita a sfiorare, senza alcuna enfasi, il punto dolente dentro di noi, ci fa sentire ‘capiti’. A questo scopo si serve di una regia asciutta, essenziale, spesso quasi ‘distante’, così che lo spettatore possa ‘riempirla’ con la propria sensibilità ed esperienza. Qua e là emerge qualche scena memorabile, fra le quali, soprattutto, la lunga sequenza iniziale, da tutti elogiata, dello tsunami che travolge uno dei personaggi: l’impatto è veramente scioccante, difficile restare tranquilli sui sedili. Ma alla fine, la sola certezza che si può trarre dalla riflessione su queste vicende è la vittoria finale della vita. Per rendere chiaro questo concetto, il regista, probabilmente commettendo l’unico passo falso in un’opera caratterizzata in ogni aspetto da equilibrio e onestà intellettuale, nel finale calca la mano e, con l’idea di suggerire forse una sorta di continuità fra la vita e la morte, fa sì che i tre protagonisti si incontrino, costretti quasi ad un ‘happy end’ appiccicato per forza… come se Eastwood, insuperabile cantore di esistenze solitarie e ‘ripiegate’, inciampasse qui nella sua stessa grandezza umana.

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4 comments

  1. Candyman 12 febbraio, 2011 at 15:55

    Mi complimento per l’ottima recensione. Condivido tutto, compresa la critica al finale un pò forzato anche se nel complesso non inficia il valore dell’opera.

  2. Mrs. Lovett 13 febbraio, 2011 at 12:19

    Ti ringrazio! Come sai, la critica si è divisa sul film… Sono contenta che tu sia d’accordo con me!

  3. Rob 15 febbraio, 2011 at 02:17

    From England; Hello! An excellent review but I disagree about the ending. For me it was the perfect climax and Eastwood directed it beautifully. That end is exactly what you want for George and Marie. It is in a sense what the whole film is about; the connections we make in life that open up new horizons, new possibilities. This is a beautifully crafted, moving and thoughtful film. One of Clint’s quietest and very best films.

  4. Mrs. Lovett 16 febbraio, 2011 at 20:04

    Hello, Rob from England! I’m so happy that somebody in England read my words! Of course I did like the movie. But I think that the ending was weak, because it seemed to be a sort of ‘sop’ given to the public. It’s only MY opinion, anyway the opinion of a big Eastwood fan…

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