Andrea G. Colombo: “Il diacono”

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Il DiaconoLa genesi di questo romanzo viene ben illustrata da Paolo de Crescenzo di Gargoyle nella prefazione: le radici sono la passione con cui il suo autore ha coltivato e attivamente contribuito a diffondere il genere horror nel panorama letterario nostrano, mediante un noto sito Internet ed una rivista. Dopo esperienze di narrativa breve e vari scritti, Colombo si cimenta ora per la prima volta con un ponderoso ed impegnativo romanzo che si può collocare senza incertezze nell’ambito dell’horror classico, robusto e sanguigno: 400 e passa pagine, attraverso le quali si sviluppa una trama niente affatto semplice ma ben articolata, di lettura scorrevole, anzi decisamente coinvolgente.

Come in molta parte della letteratura horror che si rispetti, i personaggi del libro si trovano a dover affrontare e, ovviamente, combattere la presenza nel nostro mondo del male, con le sue molteplici e perniciose manifestazioni. Questo male non è un’astrazione e non si trova in noi, ma viene dall’esterno: la sua diffusione inizia in paesi lontani ove per lungo tempo è rimasto occultato, ma esso acquista terreno con grande rapidità e con tutta la determinazione che serve per invadere ogni luogo, sopraffacendo l’umanità senza possibilità di scampo. E’ un male quasi in veste tradizionale, il ‘demonio’ che tutti conosciamo; ovviamente non brandisce il forcone e non sfoggia le corna ma più modernamente infesta la terra, prendendo possesso direttamente delle anime e, così facendo, mette in pericolo la sopravvivenza stessa del genere umano. I danni da lui prodotti non fanno parte della sfera dell’immediata evidenza; non tutti, infatti, riescono a penetrare il velo del visibile e a rendersi conto del suo aspetto al di là delle reincarnazioni. Non tutti, inoltre, hanno la visione delle creature mostruose che da lui derivano o percepiscono la sua presenza negli esseri umani di cui si è impadronito. Ma la sua azione, inizialmente solo sotterranea, influenza il reale lì dove provoca incidenti e catastrofi che vengono vissuti da tutti come fatali e incomprensibili combinazioni. Fin dall’inizio il lettore viene immesso in quello che sarà l’evento centrale, l’episodio apocalittico di piazza San Pietro, di cui verrà chiarita la dinamica molte, molte pagine dopo.

In questo contesto si muovono una serie di personaggi e si intrecciano una quantità di storie situate anche in luoghi molto lontani tra loro; leggendo, seguiamo il loro snodarsi, il loro tendere verso un obiettivo che può essere la distruzione o la vittoria del bene, fino a giungere all’acme, dove tutto si incastra alla perfezione e con la massima coerenza, dove ogni tassello trova il suo posto e tutto, giustamente, converge. Anche qui, come è logico che sia, abbiamo i nostri ‘campioni’ del bene, eroi senza macchia e senza paura, che stavolta sono, sorprendentemente, dei monaci esorcisti. Sono rimasti gli ultimi specialisti di una materia ormai obsoleta, detentori dell’unico potere che può osare opporsi al dilagare dell’oscurità. Colombo tratteggia abilmente il più misterioso e inaccessibile degli ordini religiosi, quello dei ‘Celati’ (hominis conspectum celati, nudi sub Dei oculis = celati alla vista dell’uomo, nudi agli occhi di Dio), moderni crociati, gli ultimi baluardi della ‘resistenza’: i suoi componenti  possono essere esclusivamente 33, e solo quando uno di loro viene meno può essere sostituito. Lottare contro il male, nel loro caso, non è solo una metafora; all’occorrenza devono dimostrare coraggio e forza fisica, destrezza e sprezzo del pericolo: il tempo della meditazione e dei rosari è finito e ciò che occorre è un intervento concreto contro il temibile nemico. Fra tutti loro emerge con distacco la figura del ‘diacono’, l’uomo misterioso che non sa da dove viene e nulla ricorda. Di lui si apprende che ha capacità miracolose nel riconoscere il male ed estrarlo da dove si nasconde. Come Eymerich è stato il più grande degli inquisitori, egli è il più grande degli esorcisti ma, nel corso degli eventi, diventerà chiaro che in sé custodisce un grande segreto, probabilmente il più impensabile, e questo spiegherà in parte taluni aspetti della sua complessa personalità.

La scelta di un contesto religioso che, ovviamente, con il suo richiamo al classico ‘diavolo’, contribuisce efficacemente ad incrementare l’inquietudine, non è stata certo banale in quanto ha richiesto un grosso lavoro di ricerca e approfondimento sui vari aspetti della chiesa cattolica e dei suoi cerimoniali: lo stesso Colombo lo ha confermato in varie interviste. Ma ciò che distingue questo autore e lo pone ad altezze ‘galattiche’ rispetto, per esempio, a un qualunque Dan Brown è l’abilità consumata nel creare atmosfere angosciose e situazioni complicate, episodi di atroce violenza sullo sfondo di pacifici quartieri cittadini, manovrando con maestria i meccanismi del terrore e portando il lettore a un parossismo di ansia. Leggere Il Diacono rappresenta quindi una vera e propria esperienza emotiva, come è stato per lo Stephen King dei tempi migliori, le cui orride visioni sono spesso tornate a visitare i più sensibili di noi nel sonno. Stavolta l’incubo ha il saio e il cappuccio di un monaco…

Andrea G. Colombo: Il Diacono (Gargoyle Books, 2010,  pagine 494, 15 euro)
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