White Lies: Ritual

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E’ un po’ un luogo comune dire che il secondo album rappresenta il banco di prova per ogni band/artista, ma come ogni luogo comune, anche questa affermazione ha qualcosa di vero. Reduci dall’enorme successo del loro omonimo album d’esordio, i White Lies realizzano a poco più di un anno di distanza il loro secondo full-lenght; inutile negare che Ritual non riesce a ripetere le ottime sensazioni del suo predecessore e pur senza essere un brutto disco e contenendo alcuni validi brani, nel complesso risulta un album un po’ raffazzonato, come se si fosse voluto battere il ferro finché è caldo e di conseguenza, per mettere assieme le dieci tracce della tracklist si sia fatto ricorso (anche) a brani che paiono scarti del primo disco. Ritual in realtà parte molto bene, grazie al trittico “Is love”, “Strangers” (la mia preferita) e “Bigger than us”, scelta anche come singolo ad anticipare l’album; si tratta di tre ottimi pezzi che pur non introducendo nessun nuovo elemento nel sound del trio inglese (palesemente influenzato da Joy Division e varie forme di dark-wave e post-punk) fanno pensare che i White Lies abbiano fatto centro anche questa volta, ma purtroppo i successivi brani segnano un progressivo abbassamento del livello qualitativo. “Peace & Quiet”, “Streetlights” ed “Holy ghost” si mantengono ancora su un livello tra il sufficiente ed il discreto, ma da qui in poi l’album perde colpi, con le ultime quattro tracce a trascinarsi stancamente sino alla fine del disco. Nel complesso Ritual si guadagna quindi certamente la sufficienza, ma l’effetto sorpresa del primo album è svanito e per il futuro urge darsi una regolata, prendersi magari del tempo in più e mettere maggiormente a fuoco le idee, in modo di evitare un altro album che suoni come la copia sbiadita del suo predecessore

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