Giuseppe Merico: “Io non sono esterno”

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Opere come questa di Giuseppe Merico, che presentano una storia di inimmaginabile violenza, disadattamento sociale e infanzia violata ci costringono a fermarci un attimo a pensare: Io non sono esterno ha infatti come protagonista un bambino, vittima di inaudite crudeltà in ambito familiare, che le racconta in prima persona con un linguaggio lineare e disadorno – quello, appunto, di un bambino –  ma nel contempo preciso in modo agghiacciante, dipingendo a colori ‘oscuri’ lo scenario di un’esistenza annientata e lasciando il lettore decisamente interdetto.

Nell’ambiente dominato da disumanità e prepotenza di un non meglio definito centro della Puglia, controllato dal potere della Sacra Corona Unita, l’esile vita di un ragazzino di 14 anni, storpio al punto di doversi da sempre muovere con i tutori e affetto da una patologia cronica, viene, per così dire, ‘fagocitata’ dalla malvagità degli adulti: i responsabili diretti della rovina sono i suoi affetti più cari, gente che a sua volta ha perso ogni speranza perché ha conosciuto solo la violenza, perché ha per famiglia un’organizzazione criminale; tutta gente, in pratica, che non crede più a nulla se non agli istinti più selvaggi.

Il bambino che, come unico antidoto alla solitudine, si è creato un’amica immaginaria spesso maligna come il mondo reale se non di più, viene sottoposto a torture incredibili, tra cui, in primo luogo, quella di vivere rinchiuso. Tutti i soprusi vengono da lui descritti con l’impressionante atonìa e scarsa partecipazione di chi li ha accettati come componente ineluttabile della propria esistenza; questo è uno degli aspetti più efficaci e, al contempo, ‘stranianti’ del libro, poiché il linguaggio appare in un certo qual modo infantile e senile allo stesso tempo: caduto in un abisso di solitudine, il protagonista sembra cullarsi, a volte, nelle sue stesse parole, come fossero una tragica nenia… altre volte, invece, pronuncia frasi di una tale sconvolgente consapevolezza da sembrare molto più maturo del suo padre/torturatore.

Il racconto spazia dall’horror al psicologico al realismo di denuncia sociale senza però definirsi con chiarezza: questo potrebbe suscitare perplessità in qualcuno. In realtà, essere al di sopra delle etichette per un’opera letteraria è, quasi sempre, un pregio; l’unico rischio è, in questo caso, il rimanere in superficie, fluttuando in una sorta di limbo dove le emozioni di chi legge non riescono a superare un certo limite, perché la scrittura sfiora l’assoluto senza potersene impadronire. Ma nel corso della lettura, mentre gli altri personaggi si defilano, restando sullo sfondo, l’attenzione si concentra  sul rapporto padre-figlio creando un nodo di tensione degno del grande scrittore.

Diversamente da un altro romanzo decisamente ‘claustrofobico’, I Cariolanti di Sacha Naspini – una lenta nonchè efficace caduta nell’incubo, in cui l’orrore si fa strada ‘divorando’ – in Io non sono esterno il male non è un’entità metafisica e neanche una vera malattia della mente; non è nemmeno così ‘sociale’ da poter generare un atto di accusa. Non posso accettare l’idea, come qualcuno ha scritto, che la relazione padre-figlio che è al centro del libro sia una forma d’amore, sia pure morbosa o trasgressiva, salvo che non si voglia chiamare amore anche la sindrome di Stoccolma. Questo male è sordido, meschino e malato; possiamo darne non so quante spiegazioni, ma la sensazione che suscita è la stessa provocata dalle più squallide pagine di cronaca della provincia italiana: le storie di Sara, Yara e tanti altri, di cui leggiamo nei giornali ogni volta con un brivido d’ansia, sperando che esperienze del genere non debbano toccarci mai. A noi ‘esterni’ risulta difficile scoprire i meccanismi che muovono questi eventi. Ma il giovanissimo protagonista del libro, appunto non è ‘esterno’: esiste all’interno di quella cantina in cui la sua anima è prigioniera, può vedere ‘dentro’; il suo sguardo è disincantato, perché rassegnato alla sua sorte, una sorte che una donna – sua madre – non ha potuto accettare per sé. In nessun altro libro, tra l’altro, vediamo dissolversi al vento tutti i cliché tradizionali che si riferiscono alla famiglia: fallita come struttura umana, perché alla sua base non vi sono la tenerezza, la protezione o l’accudimento reciproco di un gruppo di persone, resta in piedi per scopi socio-economici; nella realtà, poi, è il ricettacolo di sofferenza, frustrazione, repressione.

Forse, proprio nel suo suscitare principalmente tristezza e profondo malessere, il libro di Merico trova la sua motivazione più vera, esprime il messaggio più autentico, facendosi il portavoce di innocenze distrutte, di infanzie disperate perché prive di amore. Dopo aver letto Io non sono esterno, di certo anche noi, qualora dovesse capitarci di passare davanti allo squallido sito di uno sfasciacarrozze, non potremo evitare di guardarci intorno, chiedendoci se, nascosta da qualche parte, non ci sia un’anima sofferente che brama di essere notata e, a modo suo, lancia affannosamente richiami di aiuto.

Giuseppe Merico: Io non sono esterno (Castelvecchi, 2011, pagine 144, 14 euro)

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