Inkubus Sukkubus: The Dark Goddess

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La prima volta che mi imbattei negli Incubus Succubus di Cheltenham (allora si nominavano così) era l’aprile del 1994, allorquando un trafiletto pubblicato da un noto magazine musicale annunziava la pubblicazione del debut “Belladonna & Aconite” (in ritardo, visto che era già disponibile dal ’93…). Un terzetto (allora ne faceva parte pure Jamie Garner) inserito in quel filone pagan-rock (non per nulla patrocinava Pagan Fire Music), come i Legend di Runcorn (capitanati dalla vestale Debbie Chapman), autori di “Second sight” per la medesima label, dopo che il precedente cd venne affossato dalla critica, inorridita dinanzi alla pochezza di una sezione ritmica a dir poco deficitaria (a ragione!, conservo un raro flexi disc che conferma in due soli brani il disastro perpetrato da basso e batteria…). Ma mi sto smarrendo tra i neri labirinti della memoria, ed allora torniamo a Candia, a Tony McKormak ed a Bob Gardener, ai nostri attuali Inkubus Sukkubus, ed al presente, ottimo The dark Goddess, quintessenza del rock immantenistico che da sempre è trade mark del trio, in una esaltazione della tradizione rurale di Britannia, fra le vestigia di antiche ville romane sepolte tra le erbe della brughiera, centri di fascinazione esoterica e di riti ancestrali. L’irruenza che contraddistingue le proposte della brava Candia e del capace McKormak trova nuova vitalità in episodi quali l’opener “The dark Goddess”, “Bacchanalia” e “Night Angel” ma, quando il ritmo rallenta, come in “Karnaya”, il senso più intimo del progetto-IS trova la sua sublimazione, tra i fuochi che lenti si levano, spirali di densissimo fumo aulente, dalle pire votive innalzate in onore degli Dei! Una eccezionale capacità di espressione, ed una vitalità che ha pochi pari, hanno concesso a questo gruppo la grazia di giungere fino a noi, dopo oltre venti anni di carriera, ed è traguardo che pochi altri possono permettersi, oggidì. Il picco assoluto di partecipazione ed emotività lo si raggiunge nella gradevolissima “Lose yourself at the Nymphaeum” (ispirata ad un accadimento reale, protagonista il bassista Bob Gardener) e nella sontuosa “Lunacy (Mother Goddess Moon)”, un brano che non mancherà di provocare in voi tremiti di emozione, con un a solo di chitarra e dei cori che penetreranno anche le coscienze meno inclini alla commozione! Forse non essenziale, o troppo ancorato ad una formula che non ammette divagazioni, ma comunque un bellissimo disco!

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