Helene Hegemann: “Roadkill”

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Di certi libri vale la pena di parlare non tanto perché sono belli – questo volume non può, a mio avviso, essere definito tale – ma semplicemente perché, nel bene o nel male, suscitano scalpore; per questo motivo viene da chiedersi che significato hanno e, soprattutto, se servono a qualcosa. Presentato come fenomeno editoriale in Germania nel 2010 – e non necessariamente per i suoi pregi letterari! – e prontamente ripreso da Einaudi in una traduzione probabilmente corretta, il cui linguaggio così ‘cacofonico’ deriva presumibilmente dal testo originale, Roadkill non sembra abbia avuto qui da noi la stessa risonanza, non tanto perché l’Italia sia meno sensibile alle vicende scandalose e ‘pruriginose’ – tutt’altro! – ma piuttosto, forse, per lo stretto legame che il libro mantiene con l’ambiente da cui è scaturito, la scena ‘underground’ di Berlino.

Dell’autrice, la tedesca Helene Hegemann, si sa che è figlia di un drammaturgo e che ha lavorato a quest’opera a 16 anni di età: certo sarebbe giusto definire con precisione quanto vi sia di autobiografico nella storia che ha narrato, ma non converrebbe a lei, poichè gran parte del seguito che Roadkill ha avuto dipende, a mio avviso, proprio dall’equivoco – creato forse ad arte – tra l’’eroina’ del romanzo e la giovane scrittrice. Ma anche supponendo che quanto viene qui presentato sia nato esclusivamente dalla fantasia di una ragazzina, non avrà un qualche legame con la verità, se lei si è così impegnata ad immaginarlo?

La protagonista del romanzo, la giovanissima anzi minorenne Mifti, passa le sue giornate praticando sesso estremo con varia umanità fra fiumi di droga. Si potrebbe pensare che tale atteggiamento verso la vita sia il frutto di traumi, malesseri adolescenziali, sbandamenti e quant’altro possa essere legato a situazioni di disagio giovanile di cui è troppo facile dire di tutto di più, in memoria della sempre berlinese Christiane F che alcuni ricorderanno. In verità, le ragioni per le quali Mifti si comporta così non sono chiare, né lei le spiega: uno dei suoi problemi di fondo è, tra l’altro, un difetto di ‘trasmissione’ legato all’incapacità di servirsi della lingua in modo comunicativo. Le parole che lei usa sono vuote, si potrebbe quasi dire ridotte a semplici suoni; sono prive, in pratica di quella sostanza che abitualmente le colma, facendone dei ‘portatori di senso’, cioè dei mezzi – appunto – di ‘comunicazione’ o anche di ‘azione’.

Mifti sembra così avviarsi verso l’autodistruzione se non ‘allegramente’ quanto meno in una condizione spirituale di assoluta incoscienza e, soprattutto, senza una motivazione precisa. Non si può neanche dire che sia annoiata o insoddisfatta. Il clima del romanzo non appare propriamente melanconico anzi ha in molti punti una sfumatura grottesca; la nostra Mifti può decidere indifferentemente se masturbarsi, ‘sniffare’ coca o andare in un club ma la flemma con cui ne parla è la stessa di chi debba scegliere se andare a fare la spesa o pagare la bolletta: tanto, che differenza fa? Obiettivi da raggiungere non ce ne sono neanche nell’immediato, siamo qui e il tempo in cui ci troviamo occorre trascorrerlo, in qualche modo …

Una volta ‘snellito’ lo stile privandolo delle molte parole inutili, ridondanti o volgari che hanno lo scopo, probabilmente, di impressionare ma raramente ci riescono, ecco svelata l’inconsistenza di tutta l’operazione: una trama che quasi non c’è, personaggi che vagano senza un perché, con azioni che si susseguono senza una successione logica anzi, a volte, talmente illogica da risultare accattivante. Sono così le giovani generazioni? Lo sono soltanto a Berlino? Quale mondo vissuto o quale stato d’animo ha voluto proiettare in queste pagine l’adolescente Hegemann? Il web è pieno, ovviamente, di sue interviste, leggendo le quali ognuno di noi può rendersi conto se il vuoto che descrive le appartiene o no.

Ma in fondo al libro compare ancora qualcosa che merita alcune considerazioni: sotto l’apparentemente impersonale titolo di ‘Fonti e ringraziamenti’, troviamo una lista di scrittori, autori vari e blogger – lunga alcune pagine! – dai cui scritti la nostra artista avrebbe attinto per creare la sua opera. L’elenco, a quanto pare, non era inizialmente contenuto nell’edizione tedesca, ma è stato aggiunto successivamente perché in molti avevano cominciato ad accorgersi dei ‘furti’ commessi dalla giovane scrittrice che, non si sa se in buona fede, aveva omesso di citare le fonti da cui aveva tratto ispirazione. Così a polverone si è aggiunto polverone. Come tutti i ragazzi di oggi, la nostra Helene passa probabilmente parecchie ore su Internet, leggiucchiando qua e là. Diversamente da tanti altri giovani perditempo, però, lei ha fatto tesoro delle sue letture, riportando i passi che più l’avevano intrigata, letteralmente o modificandoli leggermente, fino a comporre l’opera che l’ha resa tanto velocemente famosa, il vangelo di una nuova generazione ‘dannata’.

Ecco che Roadkill deve essere davvero considerato, secondo me, il vangelo di una generazione, non si sa quanto dannata, ma certamente moderna. E’ questo il futuro della scrittura, il nuovo aspetto della creatività letteraria? O qui sta invece il motivo dell’intrinseca inconsistenza del linguaggio di cui si parlava all’inizio? A giudicare da come sono andate le cose, la formula sembrerebbe comunque vincente, il risultato discutibile, ma interessante, di gran lunga più di Twilight e altre amenità del genere. Soprattutto, fornisce molta materia di riflessione per noi lettori un po’ più ‘adulti’…

Helene Hegemann: “Roadkill” (Einaudi, Stile Libero Big, 210 pagine, €17,50)

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