John Foxx and the Maths: Interplay

1
Condividi:

Non si può parlare di ritorno di John Foxx perché il nostro è diventato ormai davvero prolifico, divenendo un vero ‘guru’ dell’elettronica: negli ultimi tempi sono infatti usciti diversi suoi lavori e tutti di un certo interesse. Vale la pena di soffermarsi su questo Interplay che lo vede per la prima volta a fianco di Ben Edwards, detto Benge, talentuoso musicista – anche lui elettronico! – e virtuoso del synthesizer, già apprezzato da Brian Eno: diversamente da altre collaborazioni – il classico esempio è stato Mirrorball del 2006, da tutti considerato quasi un lavoro dei Cocteau Twins più che suo – qui la personalità di Foxx si percepisce e, anzi, appare decisamente prevalente. Non solo: per quanto molti abbiano ritenuto che non vi sia legame fra questo album e i capolavori di Foxx degli anni ’80 e che vi sia una maggiore continuità con i dischi realizzati con Louis Gordon, a mio avviso non è così. Tutto il percorso di Foxx, secondo me, è in continuità: ma, rispetto ad esempio ai lavori con Gordon, talvolta un po’ ‘freddini’, Interplay ha un’intensità molto maggiore. Il contributo di Benge sta principalmente nell’abile uso dei sintetizzatori analogici – di cui egli è conoscitore e collezionista – per produrre suoni assolutamente moderni. Ma il pregio di Interplay di certo non è solo questo: la magica mano di Foxx è presente a costruire passaggi e pezzi molto piacevoli. Vediamo in dettaglio i singoli brani: il primo, “Shatterproof”, è singolarmente aggressivo, con sonorità quasi EBM; “Catwalk”, invece, alleggerisce immediatamente l’atmosfera con ritmo incalzante ma accattivante stile primi Ultravox. Uno dei pezzi migliori, forse perché rispecchia decisamente il Foxx maturo, elettronico quanto aperto alla psichedelia, è “Evergreen”, nel quale anche Benge supera se stesso; “Watching A Building On Fire” è da segnalare per il duetto con Myra Arroyo dei Ladytron, che qui conferisce una tonalità più ‘sensuale’. “Interplay” è meditativo ed ipnotico; “Summerland” e “The running man” hanno di nuovo il sapore degli Ultravox,  “A falling star” ha un’atmosfera sognante e terribilmente ‘anni 80’, con la voce di Foxx avvolgente al punto giusto. “Destination”, infine, torna ad essere cupo e tecnologico. L’album si chiude con l’ottimo “The good shadow”, nel quale tantissimi hanno riconosciuto echi dei primi Kraftwerk.

Condividi:

1 comment

Lascia un commento

*