Alexander Tucker: Dorwytch

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Aria di novità per Alexander Tucker. Spostarsi su una etichetta prestigiosa come Thrill Jockey ha fatto senza dubbio bene all’artista inglese, che tira fuori un nuovo album molto più accessibile rispetto al passato e un pugno di canzoni “vere”. La novità più eclatante è la batteria del noto batterista free jazz Paul May, mai troppo invadente, che si incastra a perfezione con gli intricati arpeggi di chitarra e archi elaborati da Tucker. Poi ci sono pezzi come “Red String”, che poco o niente hanno a che spartire col Tucker che conosciamo, se non per il fingerpicking, dove addirittura fanno capolino un glockenspiel e un controcanto femminile, presenza quest’ultima che dona tutta un’altra dimensione, più “leggera”, se vogliamo, ai brani.

A farne le spese è per forza di cose il droning che con tanta prepotenza aveva caratterizzato lo stile di Tucker fin dagli esordi, che qui si riduce a pochi momenti, come “Half Vast”, “Dark Rift / Black Road” o il blues oltretombale di “Atomized”. La cosa non è assolutamente un male, soprattutto se poi escono fuori brani come “Gods Creature”, capace di fare felici tanti fan del folk più depresso e malinconico.

Un album piacevole e pieno di sorprese, che forse non sarà apprezzato dai fan più intransigenti  ma che indubbiamente sarà in grado di allargare il pubblico dell’artista.

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