Clan of Xymox: Darkest Hour

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Ennesimo album nella vasta discografia dei Clan of Xymox, Darkest Hour non sarà certamente ricordato come uno dei migliori lavori del progetto di Ronny Moorings. Da quando è iniziata la seconda parte della loro vita artistica (1998, con l’album Hidden Faces) la band olandese è stata decisamente prolifica, pur senza risultare mai pienamente convincente; a dischi abbastanza buoni si sono alternati album anonimi ed in questa seconda categoria mi sento di includere Darkest Hour , disco indeciso nel seguire il sentiero elettronico su cui si muoveva Farewell o restare fedele al mood più oscuro di dischi come Notes from the underground. Le iniziali “My Reality” e “Delete” provano (con scarsa fortuna) ad addentrarsi in territori elettronici, che risultano totalmente fuori luogo nella pessima “My Chicane”; “Dream of fools”, “Deep down I died” e “In your arms again” sono invece pezzi più prettamente “gothic-wave” che prediligono atmosfere oscure e malinconiche e riportano in evidenza la chitarra: carine, ma si tratta comunque di pezzi di pura routine per i Clan of Xymox. La parte terminale del disco ci offre (pur senza entusiasmare) le cose migliori: “She did not answer” torna a giocare la carta dell’elettronica, questa volta in maniera decisamente più riuscita rispetto ai tre brani posti in apertura d’album. “Tears ago” è forse il miglior pezzo del disco; brano melodico/malinconico classicamente “alla Clan of Xymox”, con la chitarra di Ronny Moorings in bella evidenza; la title-track è un pezzo strumentale dai toni oscuri, decisamente apprezzabile e la conclusiva “Wake up my darling” si rivela come uno dei migliori episodi dell’album. Disco senza infamia e senza lode, Darkest Hour è solo un altro capitolo della discografia dei Clan of Xymox,  ma non occupa un posto di rilievo all’interno della stessa.

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