Rebecca Johns: “La contessa nera”

0
Condividi:

Nel profluvio di opere – non tutte di valore eccelso – che hanno per oggetto vicende di vampiri, non poteva mancare un romanzo storico che facesse, per così dire, il punto sulle leggende che circondano la terribile contessa ungherese Erzsébet Báthory, considerata in generale la versione femminile del conte Dracula, meno ‘romantica’, forse, di lui ma ugualmente ricca di fascino in quanto personificazione della più totale e assoluta crudeltà, una specie di ‘eterno femminino’ in salsa satanica.

Alcune notizie storiche intorno alla nostra gentildonna: di origine nobile – pare fosse proprio imparentata con la famiglia di Dracula – era conosciuta per la sua indole collerica ed aggressiva, che gli stessi congiunti temevano fortemente. La sua crudeltà fu molto presto manifesta, fin dall’episodio, riportato anche nel libro della Johns, dell’esecuzione di un uomo appartenente a un gruppo rom, alla quale da bambina assistette senza alcuna impressione e, soprattutto, senza dimostrare alcun sentimento di misericordia. Divenendo adulta, tale cattiveria non diminuì ed ella era solita sfogarla a danno dei domestici, soprattutto le giovani cameriere, che venivano punite per ogni loro manchevolezza con ogni sorta di torture fisiche e psicologiche, tanto che molte di loro persero la vita sotto le ‘correzioni’ della orribile padrona e del suo ‘entourage’, tutte persone di sua fiducia dalle quali era coadiuvata per mantenere il suo regime di terrore. Da qui nacquero, ovviamente, una serie di leggende, tra le quali quella, forse la più famosa, secondo cui la Báthory, notando come il sangue delle giovani vergini che seviziava producesse sulla sua pelle un effetto rinfrescante e ringiovanente, avrebbe preso l’abitudine di fare abluzioni e bagni in tale liquido. E’ ovvio che non esista una vera evidenza storica in merito, e infatti di questi macabri rituali non è fatta parola nella biografia della Johns. Chi però abbia avuto la fortuna di leggere il numero X  di Ver Sacrum, uscito nel lontano 1999 in versione cartacea e dedicato a ‘Erotismo e perversione’, ricorderà il lungo articolo di Mircalla sulla figura della nobile ungherese, ricco di ogni notizia possibile.

La contessa nera si limita dunque a riportare, senza eccessivi sforzi di fantasia, quanto da sempre si sa di Erzsébet Báthory. Benchè, ovviamente, la vicenda sia romanzata almeno per quanto riguarda i dettagli sulla vita quotidiana della protagonista, quest’ultima è vista da un’angolatura abbastanza distante e non si presenta ammantata di particolare fascino né suscita nel lettore una qualche simpatia. Il romanzo ha la struttura della forma epistolare e le lettere sono tutte rivolte al figlio minore della contessa, per il quale ella provò grande affetto. Tuttavia la Báthory appare unicamente come una capricciosa nobildonna con la quale la provvidenza è stata fin troppo benevola, vista la generale miseria così diffusa ai suoi tempi: ella potè infatti soddisfare facilmente le sue discutibili voglie senza alcun rispetto per l’esistenza altrui. In sostanza qui la contessa, lungi dal rappresentare il male ambiguo – perché romantico – e dunque affascinante di Dracula, appare più che altro come una petulante e ossessiva persecutrice di domestiche che, con la scusa di reprimere la loro pigrizia ed i loro difetti caratteriali, dà libero sfogo alla gelosia che prova nei loro confronti perché, con la grazia della giovinezza, le sottraggono gli amanti che lei vorrebbe tutti per sé. Essendo così carente, quindi, sul piano umano, la contessa fallisce ovviamente dal punto di vista affettivo, non riuscendo a stabilire una relazione valida con chi le sta accanto, neanche i suoi stessi figli che, in ultimo, la abbandoneranno alla fine che viene prevista per lei come punizione dei suoi crimini. La ‘contessa nera’ si riduce ad essere una figura femminile piuttosto banale – nonostante, diversamente da tante sue contemporanee, avesse dimostrato un certe interesse per la cultura e la politica –  e con un temperamento a dir poco immaturo. La ribellione ad un sistema che mortificava le scelte della donna obbligandola a contrarre fin da bambina matrimoni indesiderati non sembra una motivazione sufficiente per la furia con la quale la nostra protagonista si accaniva sulle domestiche, né la spiega il fallimento dei suoi rapporti con gli uomini, presentati a loro volta come personaggi di uno squallore unico. Il metro di giudizio di noi lettori moderni ci porta a sospettare in lei una qualche patologia psichica, ma anche di questo non si dice molto nel libro, anzi, in certi passi le giovani serve vittime di tante violenze sono descritte con tale disprezzo da far pensare che l’autrice voglia in qualche modo giustificare le punizioni cui erano sottoposte. Erzsébet Báthory, rivolgendosi all’amato figlio, sembra volergli far comprendere le vere motivazioni dei suoi comportamenti: è una fortuna che la Johns non abbia voluto correre il rischio di ipotizzare delle risposte da parte dello sventurato ragazzo.

Il romanzo infligge quindi un duro colpo a chi si aspettava di conoscere un personaggio complesso e tormentato, per il quale magari la scelta del male poteva essere dettata da un impulso esistenziale o dai sentimenti contraddittori di un’anima oscura. I fan di Twilight potranno forse trovare stimolanti – ma non certo fascinose! – le bizze della contessa?

Niente da dire, invece sulla ricostruzione storica che appare basata su una buona informazione specifica e fornisce molti spunti interessanti: questo è probabilmente l’unico elemento che, alla fine, rende piacevole la lettura del ponderoso libro.

Rebecca Johns: La contessa nera (Garzanti, 2011, pagine 360, euro 18,60)

Condividi:

Lascia un commento

*