“13 assassini” di Takashi Miike: i ‘bastardi’ giapponesi

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Takashi Miike è uno di quei registi che pur non godendo di una popolarità di massa, hanno sempre avuto un compatto gruppo di fan che li segue instancabilmente. Apprezzato, a quanto pare, perfino dal grande Quentin Tarantino, è artista prolifico ed eclettico, in verità conosciuto soprattutto per l’abilità con la quale gira scene di violenza molto impressionanti, spesso aventi per oggetto perversioni di carattere sessuale.

13 assassini è uscito nel 2010 e, come già successo in tanti altri casi,  è arrivato da noi con notevole ritardo. In verità non ci sarebbe stato motivo, poichè la visione non provoca alcuno scandalo: lo stile di Miike resta certo peculiare, ma le bizzarrie un po’ ‘malate’ cui ci avevano abituato i precedenti film non sono presenti, stavolta. Il regista si cimenta incredibilmente in un lavoro che, pur essendo in sostanza il rifacimento dell’omonima pellicola degli anni ‘60 di Eichi Kudo, è un vero e proprio omaggio a I sette samurai di Akira Kurosawa, con un’ambientazione storica curatissima e una regia a tratti così spettacolare da fare invidia al Peter Jackson della trilogia de Il Signore degli Anelli.

La vicenda trae origine dai conflitti di potere nel Giappone feudale di fine Ottocento ed ha le caratteristiche della narrazione storica classica: all’interno della corte dello ‘shogun’, qualcuno a lui vicino adotta dei comportamenti in contrasto con l’etica ed i valori tradizionali della nobiltà dell’antico Giappone, creando malcontento e disorientamento nel popolo per i suoi gesti inutilmente crudeli e la sua ingiustificabile violenza. Con la guida di un consigliere di corte, viene costituito così un gruppo di dodici guerrieri di comprovate capacità, scelti fra samurai e ‘ronin’ (i cosiddetti samurai senza padrone) con il compito di porre fine – anche a costo della propria vita – all’incresciosa situazione.

Tutta la prima parte del film si incentra dunque sulla ricerca degli uomini più adatti alla pericolosa missione e sulla preparazione della battaglia che seguirà, finalizzata alla soppressione del traditore degli storici valori del Giappone. Lo svolgimento è, ovviamente, piuttosto pacato ma è di grande interesse la rappresentazione di quegli atteggiamenti, della mentalità e del modo di sentire dell’epoca, tutti radicalmente lontani dalla nostra formazione culturale ma profondamente affascinanti per la forza che contengono e la dedizione con cui sono perseguiti. I samurai, tradizionali portatori di questi valori, appaiono in realtà in crisi rispetto alle loro credenze; la loro epoca sta finendo ma, ponendosi in difesa del popolo e degli oppressi, i loro ideali acquistano nuovo vigore. Non mancano, tra l’altro, alcuni autentici pezzi di bravura degli attori: il cattivo da eliminare, il feroce Naritsugu, è talmente cattivo che di più non si potrebbe. Forse soltanto l’odioso Hans Landa di Bastardi senza gloria, può reggere il confronto: cito di nuovo Tarantino e credo che tracciare un parallelo fra gli eroi giapponesi e lo scanzonato gruppetto dei ‘bastardi’  potrebbe dimostrarsi interessante.

Non si può, poi, non rilevare ancora una volta l’atteggiamento fondamentalmente misogino già spesso evidenziato nella maggior parte delle pellicole di Miike. Per quanto il regista non si accanisca, stavolta, a ‘triturare’ corpi di donne come in altri casi, le figure femminili rimangono l’emblema della passività e della debolezza, quando non sono ridotte semplicemente ad oggetti destinati al consumo maschile.

Ma è nella seconda parte del film, nella quale ha luogo la battaglia all’ultimo sangue fra il gruppetto di samurai e il numerosissimo seguito del nobile da sopprimere, che il ritmo diviene incalzante e la regia di Miike decolla letteralmente. I guerrieri sono nel frattempo divenuti 13 per il reclutamento di un elemento che, pur non avendo nulla del combattente, dà prova di poterli validamente affiancare e fornire loro eccellente supporto; il loro numero resta comunque molto inferiore a quello dei nemici che dovranno affrontare. Essi dovranno dunque organizzare un’abile strategia che consenta loro di prevalere nonostante il divario con la forza degli altri. Tale strategia deve necessariamente includere tutti i sistemi e gli stratagemmi possibili, spesso oltrepassando le tecniche proprie del combattimento cavalleresco fino a stravolgerle in caricatura: in qualche caso, ecco che sfugge allo spettatore qualche sorriso.

Non mancano, nella battaglia campale, le scene di violenza, anche di massa, nelle quali Miike mostra davvero il suo mestiere di regista. Nessuna di queste, tuttavia, è inutile o gratuita: il sangue ovviamente scorre a fiumi, si vedono teste mozzate e prese a calci e altro ancora. Il finale non sarà positivo né per i ‘buoni’ né per i ‘cattivi’: tra loro, in verità, nel corso della storia le differenze tendono ad attenuarsi. Ma a concludere la vicenda non vi saranno parole di onore o nobiltà, neanche a favore del popolo in difesa del quale il gruppo si era mosso. Uno di loro, infatti, ha preso la decisione di non essere più un samurai e forse vorrà andarsene altrove, per amare tante donne. Un altro, il popolano ignorante che si era aggregato al gruppo all’ultimo momento, aveva invece sempre preferito le donne e l’esperienza vissuta insieme ai samurai non ha modificato le sue inclinazioni. Purtroppo (o per fortuna?), nessun trionfo per i sani valori giapponesi…

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