Other Voices

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Le quattro tracce dell’ep Beloved child disegnano traiettorie pop perfette, declinando con gusto mediterraneo il pop di chiara matrice anglosassone. Ne sono autori gli Other Voices, alla seconda prova discografica dopo il ciddì lungo Anatomy of a pain pubblicato nel 2005 dalla romana In The Night Time. La curiosità suscitata da tracce fresche e melodicissime quali “Your love” e “The illusion” va senza meno pasciuta, nulla di meglio che sottoporre loro alcuni quesiti…

Rispetto ad Anatomy of a pain si nota una chiara evoluzione nella composizione e nell’esecuzione dei brani presenti su Beloved child. Cosa è accaduto nel lasso di tempo intercorso tra la pubblicazione dei due lavori?

Dalla nostra prima pubblicazione nel 2005 ad oggi di acqua sotto i ponti ne è passata tanta. La nostra evoluzione musicale era inevitabile dato che per tutto questo tempo abbiamo lavorato tantissimo su nuove canzoni, affinando il nostro stile e la composizione. Il tassello mancante che intercorre tra il primo album e Beloved Child è il nostro secondo album Too dirty to reflect, terminato di registrare nel 2008. Questo lavoro era quasi pronto per essere pubblicato ufficialmente ma poi abbiamo deciso di suonare l’album solo nei live, quindi è normale che oggi chi ha seguito il nostro percorso musicale trovi questa evoluzione così marcata.

Il vostro sound si discosta da quanto in voga attualmente, abbracciando uno stile meno definito di tanti/troppi epigoni di Joy Division/New Order. Le tastiere poppeggianti, i fiati (sintetizzati?), l’approccio al cantato (che magari a tratti può ricordare il Paul Weller meno soulful), certi rimandi alla wave più raffinata (in sede di recensione ho voluto citare i Magazine) sono solo alcuni dei tratti distintivi delle vostre più recenti composizioni. Quali sono le fonti ispirative alle quali vi siete abbeverati?

In questi anni la nostra cultura musicale si è arricchita inevitabilmente. La new-wave in genere come la psichedelia e anche la musica classica hanno dato sicuramente un forte contributo alla nostra maturità musicale e artistica. Ma se proprio dobbiamo citare una band in particolare che ci ha influenzato artisticamente in Beloved Child questa è Arthur Brown con i Kingdom Come del periodo di Journey (grande! NdHad).

Una musica immediata, emozionale, diretta al cuore ed all’anima: cosa volete trasmettere al vostro ascoltatore? Qual è il vostro uditorio ideale?

La nostra musica è il frutto della continua ricerca di un dialogo tra bianco e nero, tra melodie e suoni. Attualmente ci appassionano le atmosfere coinvolgenti e passionali, lasciando ad ogni ascoltatore la possibilità di rispecchiarsi nelle proprie intime sensazioni. Onestamente non sappiamo se gli Other Voices hanno degli ascoltatori ideali, non abbiamo mai fatto caso a questo aspetto, abbiamo sempre proposto la nostra musica tentando di non incatenare le nostre composizioni in un genere in particolare, ma cercando di essere possibilmente più “liberi” sia musicalmente che artisticamente.

“Sometimes” è un altro episodio sul quale è doveroso soffermarsi, in virtù di una struttura decisamente personale, sopra tutto per la particolare amalgama sonora che lo contraddistingue.

“Sometimes” è nata spontaneamente e all’improvviso. Ricordiamo che in una serata qualunque passata nella nostra sala prove nacque dal nulla: sentimmo uscire dall’ampli del basso un riff accattivante che ha subito catturato la nostra attenzione. Da lì abbiamo iniziato a lavorarci sopra fino a notte fonda. Alla fine ci siamo trovati con un pezzo tra le mani che ci ha entusiasmati, decidendo di includerlo nel nostro EP di presentazione.

Come siete entrati in contatto con Francesco Mellina (già manager dei Dead Or Alive) e con l’etichetta My Passion Records?

Conosciamo Francesco Mellina poichè anche lui è di origine calabrese. Gli abbiamo inviato il nostro materiale, in cerca di un suo parere. Entusiasta del lavoro, ci ha proposto di collaborare ad un EP da lanciare in Inghilterra. In concomitanza con l’uscita del disco, Francesco Mellina ha fondato la nuova etichetta My Passion Records, come fece in passato con i Dead or Alive con la Black Eyes Records.

Una label fra l’altro che alle sue prime pubblicazioni e che sicuramente avrà impostato la propria attività facendo leva sulla freschezza e sull’entusiasmo che contraddistingue i primi passi di un progetto. Vi sono già delle pianificazioni per il futuro?

Dopo la forte coesione che abbiamo raggiunto con Francesco e tutto il team della My Passion Records, si è deciso di portare avanti il progetto degli Other Voices con la realizzazione di un LP, che registreremo presso gli Highfield St. Studios di Liverpool in autunno.

Cosa vi ha spinti a confrontarvi con un mercato per antonomasia internazionale (o globalizzato) come quello inglese? Sicuramente è un passo coraggioso, soprattutto se intrapreso da un gruppo relativamente giovane come il vostro. E’ forse un mezzo, un metodo che avete voluto adottare per evitare di rimanere confinati in un anonimato che troppo spesso contraddistingue le carriere delle band italiane, anche quelle apparentemente più promettenti?

Adriano, la tua domanda coglie nel segno ciò che era il nostro intento. Come dici tu è sicuramente stato un passo coraggioso ma anche rischioso per la nostra carriera artistica. Il nostro scopo è stato sempre quello di confrontarci in un ambito fuori dai confini italiani. E’ spesso difficile affermarsi ma va anche detto che l’Inghilterra dà maggiori possibilità alle band emergenti di essere inserite in un circuito musicale.

Avete lavorato con produttori ed ingegneri del suono piuttosto noti (David Palmer degli Space, Simon Denny, John Withnall), responsabili di lavori pluri-premiati dai livelli di vendite ottenuti. Cosa vi siete portati dentro di questa esperienza, cosa avete imparato da loro?

Lavorare con gente di questo livello non può far altro che accrescere la nostra esperienza musicale, a differenza dei nostri lavori precedenti che abbiamo curato personalmente in ogni passaggio (dalla produzione, dal mixaggio fino all’artwork), il lavoro a Liverpool ci ha proiettato in una dimensione totalmente diversa da quella in cui eravamo abituati. La professionalità con la quale queste persone lavorano ha fatto sì che tutto fosse più facile. Ci siamo ritrovati ad instaurare un rapporto di complicità durante i lavori sia a livello professionale che umano. Lavorare con Simon Denny, John Withnall (che vanta collaborazioni con i Coldplay), il vulcanico Yorkie e non dimenticando  Pat O’Shaughnessy, hanno marchiato indelebilmente il nostro percorso di musicisti;  speriamo di rivivere con loro questa esperienza in futuro.

Quali sono stati i riscontri fino ad ora ottenuti con Beloved child a livello di critica e di pubblico?

L’idea di lavorare in Inghilterra ci ha entusiasmato sin dall’inizio ma a dire il vero non pensavamo proprio di ricevere consensi su ampia scala a livello internazionale. Pensare che radio come la BBC, Amazing Radio, ecc., che trasmettono  in tutta l’inghilterra si siano interessati a noi, ci ha elettrizzati. Nello stesso tempo notare che il disco non sia rimasto solo in territorio inglese ma sta avendo un grosso seguito di pubblico e media in Italia, Europa ed America, con passaggi radiofonici, recensioni su varie webzine e magazine del settore, ci ha letteralmente spiazzati.

Avete in programma una serie di date in Inghilterra, cosa vi attendete da questa esperienza, che per molti insiemi nostri connazionali è semplicemente un sogno di difficile se non impossibile realizzazione?

E’ vero: abbiamo progettato insieme al manager di organizzare nel prossimo autunno un tour che parta dalla Calabria e arrivi in Inghilterra. Questo ci permetterà di realizzare ciò che veramente abbiamo sempre sognato, suonare dal vivo in giro per l’Europa. Un’ esperienza che sicuramente ci regalerà nuove emozioni.

A quali gruppi/artisti contemporanei vi sentite più prossimi per approccio compositivo, per influenze ed ispirazione?

Gruppi come Interpol nel primo lavoro ma anche Editors  e Arctic Monkeys hanno catturato la nostra attenzione da ascoltatori di musica quali siamo, oltre che musicisti. A dirti la verità non sappiamo se questi gruppi ci abbiano influenzato o meno musicalmente.

Di cosa trattano i vostri testi, e chi è il principale responsabile delle liriche?

I nostri testi parlano di attimi di vita vissuta in cui ogni ascoltatore può rispecchiarsi e sentirsi vicino al pensiero che Vincenzo esprime nei testi. I testi trattano tematiche che vanno dalla dipendenza, all’abbandono, dall’amore al desiderio. Tutte le traduzioni e gli adattamenti in lingua inglese sono stati fatti da Francesco Mellina che è riuscito ad adattare perfettamente il pensiero di Vincenzo in lingua anglossassone, dando un forte contributo alla comprensione del concetto espresso.

Chiudiamo con le classiche aspirazioni: sogni, speranze, promesse…

Il nostro sogno più grande è quello di continuare a fare musica per tutta la vita con la speranza di farla sempre e come desideriamo noi. Grazie per lo spazio concessoci. Un saluto a tutti voi.

http://www.othervoices.it

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