Ian Delacroix: “Il grande notturno”

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Esce, per le Edizioni XII, l’atteso Il Grande Notturno di Ian Delacroix, figura piuttosto nota dell’underground horror italiano che ha già alle spalle altre pubblicazioni di poesie e raccolte di racconti, oltre ad aver collaborato, nelle vesti di articolista, alla rivista Necro e con alcuni dei più importanti siti dark ( The Gate – il Cancello, Scheletri, LaTelaNera ).

Il volume si presenta molto bene grazie anche a una magnifica copertina a cura degli artisti del team di Diramazioni, vero e proprio marchio di fabbrica dei libri di questa casa editrice. La grafica sontuosa, oscura e raffinata rappresenta infatti certamente un valore aggiunto per tutte le loro pubblicazioni.

Il Grande Notturno è sicuramente un buon libro, con delle ottime invenzioni e una carica dirompente nella prima parte che lo collocano dalle parti di certo romanzo horror apocalittico italiano che, di recente, ci ha donato un capolavoro come Il Diacono di Andrea G. Colombo e Malapunta di Morgan Perdinka, quest’ultimo uscito sempre per le Edizioni XII.

La storia è ambientata in una Milano livida, tetra, dominata da un cielo grigio e in cui la fine sembra imminente: la metropolitana è stata invasa da orde di topi famelici e la popolazione è in preda al panico. Per cercare di risolvere la situazione, le autorità si fidano di uno strano personaggio, il Grande Notturno appunto, sorta di oscuro messaggero dell’Apocalisse, enigmatica figura alta e magra che ricorda il pifferaio magico di Hamelin  ma anche Nyarlathotep, la celebre divinità “lovecraftiana” che causava la follia e la distruzione. In cambio della liberazione della città, costui fa però una singolare richiesta: vuole dieci donne della popolazione. Ma una volta  risolta la calamità dei topi, i politici di Milano non manterranno la promessa. A questo punto la scena si sposta qualche anno più avanti, sempre a Milano, in preda questa volta a un’invasione di non-morti. Questa prima parte del libro è molto potente ed è dominata da una carica  apocalittica devastante; risulta quindi molto efficace nel dipingere una città in balia della distruzione, simbolo della decadenza della civiltà occidentale. Le scene ambientate nella metropolitana, dove un gruppo ristretto di persone cerca un’improbabile salvezza, addentrandosi nei cunicoli infestati dagli zombies e da altre strane creature, come in un viaggio nell’inconscio, risultano molto impressionanti. Sembra di essere in un film di Romero, tuttavia la tematica è trattata con originalità: Milano invasa prima dai topi e poi dai non-morti è sicuramente una bella invenzione.

La seconda parte del libro è basata invece sulla storia del Grande Notturno. Ci troviamo così immersi in una fiaba nera che narra le alterne e cupe vicende, nel corso dei secoli, di questo mistico personaggio, sorta di strana divinità che si nutre di Bellezza succhiandola direttamente dalle donne e non appartiene né al regno dei vivi né a quello dei morti. Sembra di leggere un altro libro, e questo può creare un po’ di sconcerto nel lettore che era rimasto folgorato dallo sconvolgente e apocalittico inizio e si trova invece di fronte ad un improvviso cambio di ritmo e atmosfera. Tuttavia la lettura scorre piacevolmente, anche grazie allo stile raffinato, ricco di rimandi e citazioni letterarie, che dimostrano il solido background culturale di Ian Delacroix. Si possono cogliere riferimenti a Poe (l’affascinante ambientazione in una decadente Venezia omaggia un suo celebre racconto) ma anche a scrittori come Thomas Ligotti (il titolo di un capitolo si richiama a un suo libro) e ad altri appartenenti alla letteratura mainstream (Mishima) che denotano un approccio non banale alla materia horror.

Sostanzialmente si tratta quindi di un volume consigliato, anche se manca forse di equilibrio e si ha la sensazione che la prima parte avrebbe potuto essere ulteriormente sviluppata. Il libro è in ogni caso ben scritto e ogni capitolo ha un titolo che cita opere letterarie e cinematografiche e si avvale, come si diceva, di una raffinatissima copertina. Può essere acquistato presso il sito delle Edizioni XII  (http://www.xii-online.com/).

Ian Delacroix – “Il Grande Notturno” – Edizioni XII – pagine 207 – Euro 14,50

 Abbiamo approfondito i simbolismi de “Il Grande Notturno” direttamente con Ian Delacroix:

1.Il Grande Notturno sembra essere la tua opera più ambiziosa. Ci puoi parlare di questo enigmatico lavoro?

Ciao Cesare, non amo parlare nel dettaglio delle storie che racconto. Sono architetture complesse, fondate su simboli e richiami. Chiedo impegno al lettore (ma spero si diverta nel processo), che può scoprire a ogni lettura nuove sfaccettature e dischiudere i sigilli che ho posto. Non desidero influenzare o svelare troppo con le mie parole.

Ti accennerò le origini. Sono due le basi della storia. Da bambino, quando per gioco qualcuno mi chiedeva quali poteri mi sarebbe piaciuto avere, invece delle solite fantasie di tutti (volare, essere veloce o forte), rispondevo sempre mi sarebbe piaciuto comandare le ombre e manipolarle.

La seconda riguarda un’immagine che sempre più spesso si è affacciata nella mia testa quando prendevo la metropolitana a Milano. Insofferente alla massa, immaginavo cosa sarebbe accaduto se fossero emerse delle creature dalle gallerie e avessero portato il caos. Una volta ascoltate queste due suggestioni, mi sono chiesto come fossero collegate tra loro, e la storia ha preso vita.

2.Ho trovato davvero efficace l’idea di una Milano apocalittica invasa prima dai topi e poi dagli zombies. L’influenza di certo cinema di genere è stata importante nell’ideare il libro?
 
Per quanto possa suonare strano: no.

Non sono un gran consumatore di pellicole cinematografiche. Per ogni film che guardo leggerò almeno 50 libri. Il mio immaginario non è legato in alcun modo al mondo del cinema. Il mio immaginario visivo è più legato a quello dei pittori e ai loro quadri, se proprio vogliamo.

3.Ogni capitolo del libro ha un titolo che rimanda a scrittori del fantastico ma anche della letteratura mainstream. C’è qualche scrittore, non solo appartenente al fantastico – mi viene in mente Mishima, in quanto nel libro si parla molto del concetto di Bellezza e si citano le maschere – che ti ha influenzato?
 
A differenza dei film, i libri occupano una parte significativa della mia esistenza. Avrò letto migliaia e migliaia di testi. L’influenza è più metabolica che diretta. Ogni libro che ho apprezzato è entrato a far parte di me, è stato fagocitato, triturato e metabolizzato dal mio essere. Mishima è una figura importante per me, anche come persona, oltre che come scrittore.
 
 
4.Ci puoi dire se la musica, soprattutto nei suoi aspetti dark e oscuri, costituisce per te una fonte di ispirazione?
 
Le tue ultime tre domande rappresentano il crescendo dell’importanza degli elementi per le mie storie. Influenza del cinema: nulla. Della letteratura: ampia. Della musica: immensa.
Si può dire che la musica (un certo tipo di musica) più che il lavoro di altri scrittori sia la fonte primaria da cui attingo. In fondo non sono altro che un musicista mancato. Tramite le storie cerco di riprodurre in maniera maldestra in parole quanto evocato da determinati suoni/musicisti.

 

5.Nei tuoi progetti futuri vuoi tornare a scrivere racconti o pensi di proseguire con la forma del romanzo?

Il racconto è la mia dimensione naturale, il mio vestito. Scrivere un racconto davvero valido è difficile quanto – se non più – un romanzo davvero valido. In Italia non l’hanno capito o non vogliono capirlo. La forma racconto è bistrattata e sminuita. Io, che non amo le scelte facili, continuerò a coltivare questa forma narrativa preziosa.

Ogni narrazione ha la sua dimensione, questo significa che se una storia richiede la forma romanzo per svilupparsi (come è stato per il Grande Notturno) l’adopererò senza problemi.

In anteprima ti svelo che i prossimi due lavori che vorrei far uscire sono nell’ordine una particolare raccolta di racconti e un romanzo. Attingono alla stessa ricerca metafisica e sono strettamente connessi, ambientati nello stesso universo narrativo, nella stessa città. Uno non potrebbe esistere senza l’altro, a dimostrare che le barriere tra racconto e romanzo non sono poi così spesse, e forse sono solo gabbie mentali, come quelle che intercorrono tra ciò che per convenzione chiamiamo realtà e irrealtà.

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