“Jane Eyre” di Cary Fukunaga: classico con brio

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Qualcuno potrà pensare che, dopo forse una ventina di trasposizioni cinematografiche delle quali, ovviamente, in Italia si è vista una minima parte, un’ulteriore pellicola basata sul classico della letteratura inglese scritto nel 1847 da Charlotte Brontë non era proprio indispensabile. Ma rimane il fatto che questo splendido romanzo continua ad esercitare, da una generazione all’altra, un fascino unico come pochi altri libri. Questo probabilmente perché unisce all’atmosfera gotico-romantica tipica di molte opere inglesi dell’epoca l’emozione dell’intrigo e della passione amorosa e inoltre presenta un’eroina assolutamente atipica per quei tempi, ovvero una donna moderna, proiettata verso l’indipendenza e la realizzazione di sé.

Ecco che allora il giovane regista californiano dal nome giapponese si cimenta in questo nuovo tentativo di far rivivere il corposo lavoro della Brontë sul grande schermo, avvalendosi di un cast di tutto rispetto: le star del momento Mia Wasikowska e  Michael Fassbender nel ruolo della tormentata coppia Jane Eyre ed Edward Rochester e una serie di volti noti anche nelle parti secondarie, come la bravissima Judi Dench o la nostra Valentina Cervi, una ‘spettinata’ tuttavia molto attraente Mrs.Rochester come alter ego della composta protagonista.

L’interpretazione che Fukunaga dà dell’opera della Brontë  – ma più che lui, la brava sceneggiatrice Moira Buffini – non si discosta poi molto dalle precedenti: la storia non poteva ovviamente essere modificata, ma la scelta di rimaneggiarne la cronologia, facendo iniziare praticamente la vicenda a metà libro e sviluppando tutta la prima parte attraverso flashback appare molto indovinata. In questo modo si snellisce e velocizza l’azione e la normale successione degli eventi si ritrova in seguito in modo naturale; del resto, la mole del volume mal si adatta alla resa cinematografica e tutte le versioni che se ne sono fatte hanno mostrato svariati tagli a seconda dell’angolatura dalla quale si voleva presentare la vicenda di Jane.

Il pregio della pellicola sta dunque nella brillante e suggestiva regia che conferisce nuove ombre ed oscurità ad una storia già molto ‘dark’ accentuando da un lato i dubbi e le ambiguità che mettono in crisi la protagonista e dall’altro costruendo al racconto un tenebroso sfondo fatto di paesaggi misteriosi e affascinanti cui un’abile fotografia rende assai bene giustizia; una delle caratteristiche del film è proprio questa riuscita interazione fra lo sfondo naturale e i sentimenti e gli stati d’animo dei personaggi. Il regista americano dimostra, tutto sommato, una sensibilità ‘europea’ sorprendente nel riprodurre la severa e cupa atmosfera dell’800 inglese, nel cui segreto si consumano drammi, angosce e speranze.

Come già nel libro, anche qui l’eroina si staglia, simbolo di forza e dignità femminile, una delle figure più moderne e nobili della letteratura di tutti i tempi. La Jane di Mia Wasikowska si è completamente spogliata del sentimentalismo ‘strappalacrime’ visto in altre versioni per indossare i panni della donna consapevole di sé e di ciò che vuole e capace di imporlo, nonostante il legame che c’è tra loro, ad un Rochester che è bravo a rappresentare la passione fatale ma poco altro. L’interpretazione della Wasikowska è senza dubbio pregevole, ma anche l’ormai notissimo Fassbender si comporta egregiamente nel ruolo del ‘bel tenebroso’: il fatto che accanto alla protagonista resti un po’ in secondo piano dipende certamente dal maggior spessore del personaggio di Jane già in origine. L’attore anglo-tedesco, in sostanza, si attiene pienamente all’impostazione data dalla Brontë: anche nel romanzo il protagonista maschile, per quanto romantico e circondato costantemente da un alone drammatico, deve necessariamente rimanere un passo indietro rispetto all’eroina Jane. Questo è in pratica uno degli aspetti che hanno reso l’opera così rivoluzionaria per i suoi tempi e così affascinante per noi, oggi: la modernità di una figura femminile globalmente complessa, disposta al sacrificio più grande pur di seguire la strada che il suo anelito alla libertà le indica, incurante del ruolo che la società vorrebbe imporle e ‘obbligata’ esclusivamente al rispetto dei valori in cui crede.

Il film interrompe la storia prima del lungo finale voluto dalla Brontë, lasciando integralmente al pubblico la soddisfazione del ‘trionfo’ dell’amore e della ‘vittoria’ conclusiva di Jane.

Tornando quindi al dubbio manifestato all’inizio possiamo dire che forse non c’era bisogno di un’altra versione di Jane Eyre; ma dal momento che questa è fatta bene e con cura, non si può neanche ritenerla inutile o dannosa: possiamo godercela come un ulteriore, meritato omaggio ad un libro di immortale valore.

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